Il 26 giugno, a Pescara, si è consumato un atto di censura preventiva degno di una dittatura. Sono parole forti, ma che inquadrano bene ciò che è accaduto all’interno della struttura Aurum, centro congressi dove si è svolto l’evento dal titolo Il diritto dei minori e il sistema di tutela: il ruolo delle istituzioni nella promozione e nella tutela dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza.
Tra gli intervenuti erano presenti diverse figure istituzionali: l’avvocato Alessandra De Febis, garante per l’infanzia e l’adolescenza della Regione Abruzzo e organizzatrice dell’evento, Francesco Ratta, questore di Pescara, Luigi Carnevale, prefetto di Pescara, la dottoressa Nicoletta Orlandi, presidente del Tribunale per i minorenni dell’Aquila, subentrata alla giudice Cecilia Angrisano, anch’essa presente all’evento ma solo come uditrice, oltre ai presidenti di alcune associazioni e ad altre figure istituzionali.
Si trattava quindi di un’occasione più unica che rara per poter entrare in contatto diretto con le istituzioni. Per questo motivo ho ritenuto che un’opportunità così importante non dovesse essere lasciata sfuggire e ho deciso di documentare l’evento in qualità di autore e filmmaker, essendo peraltro un evento dichiaratamente a ingresso libero e quindi pubblico.
Considerata inoltre l’occasione di confronto con le istituzioni, ho ritenuto interessante organizzare anche un sit-in, cosa che ho fatto in collaborazione con Debora Petrucci del Presidio del Camper per la famiglia Del Bosco, con l’intento di far sapere alle istituzioni che mamme, papà, famiglie e cittadini sono presenti e desiderano un confronto e un dialogo sul tema degli affidi, che continua invece a procedere indisturbato senza un reale dibattito pubblico.
Dopo aver inviato regolare PEC al Comune per comunicare la presenza del sit-in, ho ritenuto opportuno informare anche gli organizzatori della mia volontà di essere presente all’evento e di documentarlo con le telecamere di Playmastermovie, al fine di garantire un’informazione sull’iniziativa stessa, trattandosi di un evento pubblico e aperto alla cittadinanza.
La mia e-mail era una semplice comunicazione e non una richiesta di autorizzazione, poiché nel nostro Paese ogni evento pubblico può essere documentato in virtù del diritto di informazione e del diritto di cronaca, diritti fondamentali universalmente riconosciuti.
Nelle ore successive non ho ricevuto alcuna risposta e sono comunque partito per la trasferta prevista dal lavoro di realizzazione del documentario Sottratti, che sto producendo insieme a Ciro Mauriello ormai da otto mesi. Una delle tappe era Ravenna, dove abbiamo documentato un intervento della professoressa Vincenza Palmieri sul delicato tema della filiera psichiatrica e sul modo in cui questa si inserisce anche nel sistema degli affidi.
La tappa successiva era quindi Pescara. La mattina del 26 giugno, alle ore 10, ero presente all’evento e ho immediatamente notato un particolare che ha attirato la mia attenzione. Sotto le due grandi locandine poste sul cancello antistante la struttura compariva infatti un cartello con la seguente dicitura: «È vietata ogni ripresa audiovisiva, nonché la pubblicazione e divulgazione delle stesse, ove non espressamente autorizzate».
Un messaggio chiaro che ha suscitato immediatamente la mia contrarietà, poiché in un evento pubblico, alla presenza di figure istituzionali pubbliche e dedicato a tematiche di interesse pubblico, non può essere precluso l’accesso a un organo di informazione. Ho fatto presente questo aspetto, tutt’altro che marginale, a quello che ho compreso essere un esponente della Digos. Abbiamo avuto un confronto che tuttavia non ha portato ad alcuna soluzione della questione.
Sono quindi rimasto all’esterno della struttura, dove ho realizzato alcune interviste al fratello di Valeria De Luca, presente sul posto per testimoniare la gravità delle modalità con cui gli sono stati sottratti i nipoti e che ancora oggi non ha ricevuto gustizia, e all’avvocato Raffaele Pellegrino, con il quale da mesi documentiamo il caso di Valeria e che era giunto per partecipare all’evento in qualità di pubblico.
L’evento si è svolto e io sono rimasto nel cortile antistante fino a quando ho deciso di entrare per assistere ai lavori semplicemente come cittadino e uditore. Una volta all’interno, ho però notato la presenza di un altro filmmaker che si muoveva liberamente nella sala documentando l’evento da diverse angolazioni.
Poco prima, tuttavia, devo precisare un dettaglio, preso dai viaggi e dalla trasferta, non avevo ancora controllato se fosse arrivata una risposta da parte degli organizzatori alla mia comunicazione. Controllando la posta elettronica, scopro infatti di aver ricevuto una risposta nella quale mi veniva negata la possibilità di entrare con la telecamera, richiamando il GDPR, il regolamento europeo sulla protezione dei dati personali, nonché la normativa sul diritto d’autore e sulla tutela della privacy. Nella mail si precisava inoltre che gli organizzatori non avevano raccolto alcuna autorizzazione da parte dei partecipanti e dei relatori a essere ritratti attraverso fotografie o riprese audiovisive durante l’evento.
Ho quindi preso atto della motivazione addotta, pur ritenendo che non ci trovassimo di fronte a un evento privato o riservato a soci, ma a un evento a ingresso libero e quindi pubblico, con la presenza di figure istituzionali pubbliche impegnate a trattare temi di elevato interesse pubblico. A mio avviso, il regolamento sul trattamento dei dati personali non poteva giustificare l’esclusione della possibilità di documentare l’evento. Per questo motivo ho deciso di entrare come semplice uditore e cittadino, lasciando la telecamera nello zaino. Una volta entrato, e notando che un altro filmmaker o fotografo si muoveva liberamente all’interno della sala mi pongo una domanda: se, come riportato nella comunicazione ricevuta, non erano state ottenute autorizzazioni o liberatorie da parte dei partecipanti e dei relatori, come era stato possibile autorizzare quella documentazione audiovisiva? Erano state richieste liberatorie ai presenti e ai relatori? E soprattutto: per quale motivo quel filmmaker poteva operare liberamente mentre a me ciò era stato negato?
Ho quindi chiesto chiarimenti all’esponente della Digos presente sul posto, il quale mi ha rimandato agli organizzatori dell’evento. Da questi mi è stato comunicato che il fotografo presente in sala era l’unico soggetto autorizzato dall’organizzazione a documentare l’evento e che l’informazione relativa all’iniziativa sarebbe stata diffusa esclusivamente attraverso il materiale prodotto e distribuito dagli stessi organizzatori. In sostanza, una forma di informazione rigidamente controllata, una sorta di “stampa di regime”. Parole che possono sembrare eccessive, ma che, nella mia valutazione dei fatti, descrivono efficacemente ciò che è accaduto e il modello comunicativo che si è scelto di adottare in quella circostanza.
Ho quindi chiesto di poter parlare direttamente con chi aveva assunto quella decisione. Mi è stato riferito che la scelta era riconducibile all’avvocato Alessandra De Febis, garante per l’infanzia e l’adolescenza della Regione Abruzzo, presente in quel momento al tavolo dei relatori nel ruolo di coordinatrice dell’evento. Mi è stato inoltre comunicato che, al termine del convegno, sarebbe stato previsto uno spazio dedicato alle domande del pubblico. Ho quindi deciso di attendere pazientemente quel momento di confronto, che ritenevo assolutamente necessario.
Ribadisco infatti che non è ammissibile un atto di censura preventiva di questo tipo in un evento pubblico, a ingresso libero, che coinvolge figure istituzionali pubbliche e affronta temi di elevato interesse collettivo. A un certo punto, tuttavia, l’avvocato De Febis ha preso la parola comunicando che, a causa del ritardo accumulato e della necessità di riconsegnare la sala, il convegno si sarebbe concluso senza lo spazio destinato alle domande e al confronto con il pubblico.
Che ingenuità aver creduto, anche solo per un momento, che le istituzioni coinvolte nel controverso sistema degli affidi si fossero davvero aperte a un confronto pubblico, diretto e trasparente. Mi sono così reso conto che quel momento di dialogo, atteso da molte mamme, papà e famiglie presenti proprio nella speranza di poter interagire con le istituzioni, non avrebbe avuto luogo.
A quel punto ho estratto la telecamera dallo zaino, tenendola spenta e sollevandola in alto, e ho preso la parola chiedendo direttamente alla garante De Febis spiegazioni sul motivo per cui, nonostante la mia preventiva comunicazione della volontà di partecipare all’evento, mi fosse stato impedito di esercitare il diritto all’informazione e il diritto di cronaca.
In quel momento non ho ricevuto risposte precise. Nel clima di concitazione che si era creato, l’avvocato De Febis si limitava a sostenere che non mi fosse stato impedito nulla e che io fossi comunque potuto entrare all’evento. Di fatto, tuttavia, ero stato autorizzato a entrare come cittadino e non come organo di informazione.
Mi sono quindi rivolto al pubblico affermando che, a mio avviso, in quella giornata si fosse consumata una violazione del principio della libera informazione e del diritto di cronaca, impedendo ai cittadini non presenti di poter essere informati attraverso i contenuti audiovisivi che sarebbero potuti nascere da quell’evento.
Ho visto allora avvicinarsi alcune persone, delle quali ignoro il ruolo o la qualifica, che mi invitavano ad assumere un comportamento più consono al contesto, mentre io stavo semplicemente alzando la voce per farmi sentire e per spiegare al pubblico ciò che ritenevo fosse accaduto ai danni dell’informazione. Non era mia intenzione mancare di rispetto a nessuno. Anzi, sono riuscito anche a stringere la mano all’avvocato De Febis e a chiederle la disponibilità per una breve intervista all’esterno della struttura, così da poter chiarire l’accaduto in un contesto più tranquillo.
Nel frattempo si era creata una certa concitazione e quello che fino a quel momento era stato un convegno caratterizzato esclusivamente dagli interventi dei relatori sul tema degli affidi, senza contraddittorio né confronto pubblico, iniziava ad animarsi attraverso voci differenti che chiedevano la possibilità di confrontarsi con i relatori stessi, con l’avvocato De Febis e anche con la giudice Cecilia Angrisano, presente in qualità di uditrice.
Una figura certamente rilevante nel panorama del Tribunale per i minorenni d’Abruzzo è quella della giudice Angrisano, balzata alle cronache anche per alcune dichiarazioni controverse, tra cui quella secondo cui i genitori non disporrebbero della vita dei propri figli, e collegata, nell’immaginario di molte delle famiglie presenti, a vicende note come quella della famiglia Del Bosco, quella di Valeria De Luca e molte altre storie che stanno emergendo dal complesso universo del sistema degli affidi in Abruzzo. Veniva così meno, secondo molti presenti, proprio quello che avrebbe potuto rappresentare il senso più profondo di quell’evento: aprire le porte delle istituzioni a un confronto autentico con le famiglie che chiedono ascolto e risposte.
Un’occasione che, personalmente, non ritenevo dovesse andare perduta. Per questo ho sentito il dovere di agire in quel modo, nello spirito della battaglia che porto avanti dal 2017 e che negli anni è diventata la missione condivisa di Playmastermovie: promuovere un’informazione libera come strumento di crescita della coscienza individuale e collettiva. Una coscienza informata, come recita il motto stesso di Playmastermovie. A quel punto mi sono fatto da parte e sono uscito nel cortile, perché pretendevo delle spiegazioni da parte di chi aveva deciso, quel giorno, di lasciare fuori dalla porta quella che considero informazione libera.
Ho quindi atteso pazientemente, sotto il sole cocente di una giornata di fine giugno a Pescara, l’uscita dell’avvocato De Febis, alla quale ho chiesto spiegazioni e la cortesia di fermarsi per dare seguito alla promessa di una breve intervista nella quale poter chiarire le motivazioni della scelta di escludere la mia attività di documentazione dall’evento.
L’avvocato De Febis è uscita tuttavia scortata dalla polizia, e come da copione, non ha rilasciato alcuna dichiarazione, limitandosi ad affermare che la sua fosse stata una semplice scelta organizzativa. Una risposta che non può essere considerata sufficiente. Quale scelta organizzativa può infatti giustificare una limitazione del diritto all’informazione e del diritto di cronaca su temi tanto delicati, che riguardano figure istituzionali chiamate a incidere concretamente sulla vita di bambini e famiglie?

Alessandra De Febis, Garante Infanzia Abruzzo, catturata dalle telecamere di Playmastermovie
Il silenzio mantenuto in questa occasione ha restituito l’immagine di un’istituzione chiusa nel proprio perimetro decisionale e poco incline al confronto pubblico, in un evento che avrebbe potuto rappresentare un’importante occasione di dialogo con cittadini e famiglie. L’avvocato De Febis è salita in macchina senza rispondere alle mie domande e senza concedere quel confronto che avevo richiesto. Poco dopo ho intercettato all’uscita dell’Aurum anche la giudice Cecilia Angrisano.
Avvicinandomi a lei, le ho chiesto un parere sulla scelta degli organizzatori di realizzare un evento a ingresso libero, ma precluso, nei fatti, a un organo di informazione indipendente. La giudice Angrisano ha manifestato sorpresa rispetto alla ricostruzione dei fatti, affermando: «Mi pare strano che sia successo». Facendole presente che, in questo modo, era stato impedito a molti cittadini italiani di entrare in contatto con i contenuti dell’evento, una persona presente accanto a lei, della cui qualifica sono tuttora all’oscuro, ha replicato: «Potevano essere presenti».
Una risposta che ho ritenuto profondamente irrispettosa, considerando l’impossibilità materiale per la maggior parte dei cittadini di partecipare fisicamente a eventi di questo tipo e il ruolo che normalmente l’informazione svolge nel rendere accessibili tali contenuti a un pubblico più ampio.

Cecilia Angrisano ripresa dalle telecamere di Playmastermovie
Poco dopo, mentre saliva in automobile, e incalzata dalle mie domande, la giudice Angrisano mi ha invitato a leggere la Carta di Treviso. Le ho risposto che lo avrei fatto. Ho voluto cogliere l’invito della giudice Angrisano ad approfondire e leggere la Carta di Treviso, documento che riporto qui nei suoi principi fondamentali e che disciplina principalmente il rapporto tra informazione e tutela dei minori.
I punti centrali riguardano infatti la protezione della privacy dei bambini e degli adolescenti coinvolti in vicende giudiziarie o di cronaca, il divieto di renderli identificabili attraverso immagini, dati personali o altri elementi che possano esporli pubblicamente, nonché la necessità di adottare particolari cautele nel trattamento delle informazioni che li riguardano. Francamente, però, non mi è chiaro a quale aspetto concreto del mio operato la giudice Angrisano intendesse riferirsi attraverso quel richiamo.
Nel corso del convegno in questione non era infatti mia intenzione, né vi sarebbe stata la possibilità, di trattare dati sensibili riguardanti minori o di entrare nel merito di vicende personali tali da renderli identificabili. L’evento affrontava in termini generali il tema del sistema degli affidi e della tutela dei minori, senza coinvolgere informazioni private relative a singoli bambini o famiglie. Per questo motivo mi chiedo quale fosse il significato specifico di quell’invito a leggere la Carta di Treviso, dal momento che la mia presenza all’evento e l’eventuale attività di documentazione non avrebbero comportato, a mio avviso, alcuna violazione dei diritti dei minori coinvolti.
Mi domando allora se il riferimento della giudice Angrisano fosse rivolto alla rilevanza mediatica assunta dal caso di Valeria De Luca, tema che nel corso di alcune udienze sarebbe stato oggetto di osservazioni e perplessità circa il possibile impatto della copertura mediatica sulla riservatezza dei minori coinvolti. Si tratta tuttavia di un’obiezione che, per quanto riguarda il lavoro svolto da Playmastermovie, ritengo di poter respingere con fermezza.
Nel materiale realizzato da Playmastermovie non è mai stato fatto alcun riferimento esplicito ai figli di Valeria De Luca, né sono mai stati divulgati elementi riguardanti la loro identità o quella del marito. Ciò che il progetto ha inteso documentare sono state esclusivamente le modalità con cui si è svolto l’intervento di allontanamento e le conseguenze che tale vicenda ha avuto sulla vita della madre coinvolta, adottando ogni cautela necessaria per tutelare la riservatezza dei minori e degli altri soggetti interessati.
Le critiche rivolte alla cosiddetta “mediaticità” del caso appaiono quindi, dal mio punto di vista, rivolte non tanto alla violazione della privacy dei bambini, quanto piuttosto alla scelta di dare spazio alla testimonianza pubblica di una donna che denuncia di aver subito un abuso da parte delle istituzioni. Cosa avrebbe dovuto fare la signora Valeria, dopo aver subito un abuso istituzionale di tale portata, privarsi anche al diritto di denunciare pubblicamente l’accaduto e chidere giustizia?
Proprio per questo motivo ritengo di poter restituire alla giudice Angrisano il suo invito alla lettura della Carta di Treviso, avendone verificato personalmente i contenuti e avendo constatato come né quanto accaduto durante il convegno di Pescara né il lavoro svolto da Playmastermovie sul caso di Valeria De Luca sembrino rientrare, a mio avviso, nelle violazioni disciplinate dal documento stesso. Anzi, proprio la tutela rigorosa della riservatezza dei minori coinvolti ha rappresentato fin dall’inizio uno dei criteri guida del lavoro svolto da Playmastermovie su queste vicende.
Questo è quanto accaduto in una giornata nella quale, tra i molti episodi che quotidianamente alimentano il dibattito pubblico nel nostro Paese, si è aggiunto, a mio avviso, anche un episodio di compressione del diritto all’informazione.
Assistiamo da un lato a un’informazione mainstream che, tende al sensazionalismo e alla spettacolarizzazione delle vicende, senza approfondire fino in fondo ciò che si cela dietro le singole storie. È accaduto, a mio avviso, nel caso della famiglia Del Bosco, così come nella vicenda delle due sorelline e in molte altre storie che hanno avuto grande eco mediatica. Playmastermovie prova da quasi dieci anni a percorrere una strada diversa e, nello specifico sul tema degli affidi, da otto mesi raccoglie testimonianze, documenti e pareri di esperti nel tentativo di offrire ulteriori elementi di riflessione su una materia che riguarda da vicino famiglie, genitori e figli. Per questo motivo non possiamo accettare ciò che consideriamo una limitazione dell’informazione.
Nella giornata del 26 giugno, a Pescara, si è consumato l’ennesimo episodio di questo genere.
Sono un filmmaker che porta avanti il proprio lavoro grazie al sostegno delle donazioni e a un progetto indipendente che da dieci anni cerca di fare luce su temi colpevolmente trascurati, distorti e marginalizzati nel dibattito pubblico. Con la consapevolezza della complessità dei sistemi con cui ci confrontiamo, ma anche con la determinazione e la chiarezza di intenti che hanno accompagnato il lavoro di Playmastermovie fin dall’inizio.
Io e il gruppo di Playmastermovie continueremo a portare avanti questo impegno finché avremo voce per farlo, consapevoli che la nostra capacità di incidere e di dare voce a queste storie può crescere soltanto grazie al sostegno di chi crede nella nostra battaglia e nella nostra missione.
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