Playmastermovie offre i suoi contenuti come beni della collettività, gratuitamente.
Per mantenere un’informazione indipendente, sostienici con una donazione.
Insieme riscriviamo la storia!

Playmastermovie fornisce contenuti gratuiti come beni della collettività. Sostienici con una donazione per un’informazione indipendente.
Come ti spacco una famiglia in poche mosse

Come ti spacco una famiglia in poche mosse

di Redazione Playmastermovie
Il calvario di una madre di Milano e delle sue due figlie

La storia di Rossella e delle sue due figlie riporta al centro una questione di stringente e drammatica attualità: l’allontanamento dei minori dalle famiglie e il loro affidamento a comunità o famiglie affidatarie. Anche in questo caso il sistema sarebbe entrato in contrasto con quello che il buon senso suggerirebbe e con la necessità di sostenere concretamente una famiglia in difficoltà. Invece di aiutarla a superare traumi e problemi, l’intervento delle istituzioni avrebbe reciso legami già fragili, lasciando irrisolte molte delle situazioni che avrebbe dovuto affrontare, aggravando difficoltà e conflitti. Come per molte delle persone che hanno scelto di testimoniare la propria esperienza a Playmastermovie, rivivere questi anni per raccontarli è stato doloroso anche per Rossella. La sua storia aggiunge una nuova tessera a un mosaico che, testimonianza dopo testimonianza, appare sempre più grande e inquietante: quello di un sistema nato per aiutare le famiglie, ma che molte di esse finiscono per percepire come una minaccia costante. In questa vicenda emerge anche un altro elemento: il possibile ruolo della scuola nell’amplificare conflitti familiari già esistenti. Secondo Rossella, alcune dinamiche scolastiche, invece di contribuire a ricomporre le difficoltà della figlia, avrebbero aggravato il suo disagio. È come se, per usare il paragone con il corpo umano, alcune istituzioni formative e sociali rischiassero di comportarsi come nelle patologie del sistema immunitario: organismi chiamati a proteggere il corpo sociale, che finiscono per rivolgersi contro di esso.

Una madre sola con due figlie

Rossella è un’insegnante. Dopo la separazione da un marito affetto da ludopatia, rimane vedova e si trova ad affrontare debiti per centinaia di migliaia di euro, accumulati a causa del gioco d’azzardo. Deve crescere da sola due bambine che, all’epoca, avevano 7 e 9 anni. Nello stesso periodo affronta anche la malattia della propria madre, che la porterà alla morte. Nonostante tutto, non si è lasciata andare. Sostiene di non aver ricevuto aiuti dalle istituzioni e di aver continuato a lavorare per garantire alle figlie una vita il più possibile serena. Rossella non beve, non fuma e, racconta, tutto ciò che guadagnava veniva destinato al risanamento dell’economia familiare e ai bisogni delle bambine, senza privarle, per quanto possibile, neppure di viaggi e vacanze. La figlia maggiore non aveva mai superato il trauma della morte del padre. Intorno ai 15 anni inizia a manifestare comportamenti autolesionistici. Viene seguita da una psicologa e, successivamente, da una psichiatra. Nello stesso periodo entra nel ciclo delle scuole superiori. Una discalculia certificata, che Rossella ritiene non sia stata correttamente presa in carico da diversi insegnanti, avrebbe ulteriormente aggravato il momento difficile della ragazza, facendola sentire esclusa e «deficitaria». Da insegnante e da madre, Rossella decide di segnalare agli Uffici Scolastici Territoriali ciò che, a suo giudizio, stava accadendo. Nel frattempo, alla figlia viene cambiata la psicologa e le viene assegnata una tirocinante. La madre ritiene che tra la giovane professionista e sua figlia si sia instaurato un legame non adeguato, che definisce una sorta di «transfer emotivo». È in quel periodo che il rapporto con la figlia cambia profondamente. Iniziano le recriminazioni nei confronti della madre, accusata di essere troppo esigente sul piano scolastico. La ragazza arriva poi a descriverla alla nuova terapeuta come un genitore maltrattante. Nel frattempo, intraprende relazioni sessuali con adulti conosciuti in Rete. Rossella si allarma e cerca di impedirle di proseguire in questi comportamenti. Ammette di averle dato, in alcune occasioni, qualche sporadico ceffone. La ragazza torna ad autolesionarsi e, in un episodio, la madre la accompagna al Pronto Soccorso. In quell’occasione, la pressione legata all’attività scolastica e alle richieste dei docenti sarebbe emersa come uno degli elementi del disagio della figlia, senza che lei fosse mai tirata in ballo come causa. Rossella presenta nuove segnalazioni agli uffici scolastici. Poco dopo, racconta, la figlia lamenta lividi che avrebbe attribuito alla madre, ma che non sono mai stati refertati. È in questo periodo che, esausta, chiede ai servizi sociali un aiuto domiciliare e un intervento di mediazione familiare. Qualche mese dopo viene convocata da un’assistente sociale che la sottopone a un colloquio. Rossella, fiduciosa, pensa che la convocazione sia collegata alla precedente richiesta di aiuto ai servizi. Scoprirà che non era così. Ma, racconta, in quel momento non le viene spiegato il motivo del contatto.

Il giorno zero: 1° giugno 2023

Si arriva così al «giorno zero»: il 1° giugno 2023 (per ironia della sorte denominata “giornata mondiale dei genitori”). Rossella è a casa. Deve lavorare nel pomeriggio e con lei c’è la figlia minore, che ha qualche linea di febbre e per questo non è andata a scuola. Suona il campanello. Entrano in casa cinque persone: due assistenti sociali, un’educatrice e due agenti della polizia locale. Cercavano la figlia minore, provenendo dalla sua scuola, ma non l’avevano trovata lì. A Rossella viene consegnato un provvedimento dell’autorità giudiziaria nel quale erano riportate le accuse formulate dalla figlia maggiore e la segnalazione effettuata dalla scuola alla quale tali accuse sarebbero state riferite. Il provvedimento disponeva l’allontanamento delle due minorenni e il loro inserimento in comunità. Non soltanto della figlia maggiore, ma anche della più piccola. La ragazzina, terrorizzata, scappa e si rifugia sul balcone. Rossella racconta che una delle agenti tenta di riportarla all’interno. La situazione è concitata. Alla madre viene detto che può contattare un avvocato di fiducia. Nella confusione del momento, Rossella chiama il primo professionista che le viene in mente. Il consiglio che riceve, racconta, è di assecondare il provvedimento. Così Rossella cerca di convincere la figlia minore ad andare con gli assistenti e con la polizia, nonostante il dolore e lo spavento. La figlia maggiore verrà prelevata da scuola e portata in comunità subito dopo. Solo in seguito Rossella verrà a sapere che la decisione di collocare in comunità anche la figlia minore sarebbe stata suggerita dalla psichiatra della sorella maggiore, con l’obiettivo di «non traumatizzare la sua paziente», pur non avendo mai conosciuto la sorellina della stessa e non avendole mai chiesto un confronto.

Le visite “protette” e una casa improvvisamente vuota

Quindici giorni dopo, il Tribunale per i Minorenni conferma il provvedimento. Durante l’estate Rossella può vedere le figlie, nel mese di luglio, una volta alla settimana per un’ora ma solo previo accompagnamento da parte delle assistenti sociali con un pulmino apposito. Poiché la comunità sostiene di non poter organizzare una vacanza per le proprie ospiti, viene accettata la proposta della madre di consentire alle due ragazze di partecipare da sole a una vacanza-studio all’estero, già prenotata e pagata da Rossella. (n.d.r: come è possibile che una madre sia giudicata inadatta a crescere le figlie e poi viene chiamata a risolvere il tema delle loro vacanze?), Al dolore emotivo si accumulano anche le ingenti spese legali e di professionisti del settore (psicologi, pedagogisti) che la madre deve sostenere per la sua difesa, nonostante il disagio economico in cui versa.
Dal settembre successivo, con la ripresa della scuola, le visite vengono ridotte a un’ora ogni quindici giorni, in quello che viene definito uno «spazio protetto». Rossella racconta di doversi recare in una stanza, dove può trascorrere un’ora con le figlie alla presenza di uno psicologo che osserva e prende appunti. Una situazione che descrive come profondamente imbarazzante e dolorosa.
Rossella continua a vivere in uno stato di shock prolungato. La casa è improvvisamente vuota. Passa giornate a piangere e a disperarsi, mentre il lavoro di insegnante rappresenta l’unico elemento di una normalità sempre più difficile da mantenere. Si sottopone, con spirito di collaborazione, a una serie di visite e test psicologici che, secondo quanto riferisce, non evidenziano elementi negativi a suo carico. Nonostante questo, sente il bisogno di rivolgersi privatamente a uno psicologo di fiducia.

“Derive” (in Comunità) e fughe (dalla Comunità).

Nel frattempo viene a conoscenza, sia attraverso la figlia minore, sia attraverso gli operatori, del fatto che la maggiore avrebbe iniziato a fare uso abituale di sostanze stupefacenti e a commettere piccoli furti. Secondo quanto riferisce, alcune operatrici della comunità avrebbero inoltre segnalato che la ragazza si praticava da sola dei piercing utilizzando aghi e materiali non sterilizzati.
Nel frattempo, la secondogenita inizia a fuggire dalla comunità. Seguendo anche il consiglio del suo primo avvocato, Rossella cerca ogni volta di convincerla a tornare. In un’occasione, la ragazzina, allora tredicenne, viene lasciata salire da sola su un treno. Rossella sostiene di non essere stata informata preventivamente e che, secondo quanto le è stato riferito, non sarebbero state avvisate neppure le forze dell’ordine. Viene però contattata in seguito e riesce fortunosamente a rintracciare la figlia e a recuperarla in stazione. Anche questa volta, racconta, riesce a convincerla a tornare in comunità. L’episodio del treno la sconvolge profondamente. Preoccupata per la sicurezza della figlia, minaccia di denunciare la Comunità. Poco tempo dopo, la ragazza viene affidata a una famiglia. Ma anche da lì fugge. Questa volta Rossella decide di tenerla con sé. Il suo nuovo avvocato le spiega che la ragazza, superata una determinata età, può esprimere in modo significativo la propria volontà riguardo al luogo in cui vivere. E’una piccola vittoria in un percorso che resta però lungo e segnato dai traumi. Ancora oggi, la figlia minore soffre di sonnambulismo, sogna spesso di «essere rapita» e attende con trepidazione la maggiore età, che associa alla speranza di sentirsi al riparo dal rischio di nuove esperienze simili. Per quello che è stato definito come “stress post traumatico”, è seguita da una psicoterapeuta.

La deriva continua e il “lasciar andare”.

Che succede nel frattempo alla sorella maggiore? La situazione peggiora. La ragazza rinuncia agli studi, interrompe i rapporti sia con la madre sia con la sorella e viene seguita da una psicologa. La madre scopre successivamente che la professionista faceva parte del consiglio interno della stessa comunità. Una circostanza che, a suo giudizio, configurerebbe un evidente conflitto di interessi. Ancora, la figlia non viene più seguita da uno psichiatra. Nonostante le sue numerose richieste, Rossella recrimina alla assistente sociale il non aver fatto abbastanza per favorire il ricongiungimento familiare. A un certo punto, la ragazza lascia la comunità e va a vivere presso un’altra famiglia. Secondo il racconto di Rossella, avrebbe conosciuto in Rete un ragazzo con importanti problemi di salute, con il quale inizia una relazione. Ora, già ventenne, vive senza studiare né lavorare e senza apparenti progetti per il futuro. Per mesi la madre prova a ricostruire un rapporto con lei. Poi, anche grazie al sostegno della propria psicologa, decide di «lasciarla andare»: comprende di non poter più fare tutto da sola e sceglie di concentrarsi sulla propria vita e sulla figlia minore.

«Sarebbe bastato poco per aiutarci»

Rossella è una donna che ha sofferto molto, ma che cerca oggi di trasformare questa esperienza in un punto di partenza per rimodellare la propria vita. Resta, inevitabilmente, una profonda amarezza. Secondo lei, sarebbe bastato poco, da parte delle istituzioni, per sostenere concretamente una madre volenterosa e aiutarla a mantenere in piedi la propria famiglia in un momento di estrema difficoltà. Rossella ritiene invece che l’intervento dei servizi abbia peggiorato la situazione delle figlie e prodotto conseguenze che ancora oggi la famiglia sta cercando di elaborare. La fiducia nelle istituzioni, dice, si è ormai spezzata. «Devo andare avanti senza aspettarmi più niente da loro», confida. E aggiunge un’ultima riflessione, riferendosi ai costi sostenuti dal Comune per le strutture di accoglienza: «Dopotutto, il Comune di Milano paga 92 euro al giorno pro capite alle comunità». La domanda finale, allora, è quella che Rossella lascia sospesa: come viene misurato il risultato di questi interventi? In base al numero dei minori collocati fuori dalla famiglia o alla capacità di aiutare, quando possibile, una famiglia a superare le proprie difficoltà e a ricostruire i propri legami?

    Questo spazio vive grazie al contributo della comunità.
    Supportaci con una donazione.

    Leggi anche ...