C’è qualcosa di profondamente stonato nell’evento che ha visto protagonisti Katherine e Nathan Trevallion, ospitati presso l’TCI – Istituto di Terapia Cognitivo Interpersonale, la scuola fondata dal professor Tonino Cantelmi (puoi vedere il video qui).
Sul palco, accanto a loro, si sono alternati il presidente Cantelmi, la Garante nazionale per l’Infanzia Maria Terragni, la scrittrice Susanna Tamaro, la psicologa Isabella Giannini e l’avvocato Simone Pillon. Un susseguirsi di interventi dedicati all’educazione, alla natura, alla spiritualità, al rapporto con gli animali, alla crescita interiore e alla necessità di costruire un diverso modello di famiglia. Il tutto accompagnato dalla presentazione del libro autobiografico di Katherine, accolto come il racconto di un percorso umano e spirituale straordinario. Eppure, mentre la sala applaudiva e i relatori si alternavano nel celebrare l’amore, l’empatia e il rispetto, una realtà è rimasta ostinatamente fuori dal dibattito: i tre figli dei coniugi Trevallion sono ancora rinchiusi in una casa famiglia. È impossibile ignorare questa contraddizione. È impossibile non chiedersi come sia possibile parlare per ore di educazione, di libertà e di natura senza affrontare fino in fondo la questione che dovrebbe essere al centro di ogni intervento: il sistema che quei figli li ha sottratti ai loro genitori.
L’unico ad avvicinarsi timidamente al tema è stato l’avvocato Simone Pillon, accennando alla necessità di rivedere il sistema degli affidi. Un accenno, appunto. Nulla di più. Nessuno ha avuto il coraggio di spingersi oltre. Nessuno ha pronunciato parole capaci di mettere realmente in discussione un meccanismo che continua ad allontanare migliaia di minori dalle proprie famiglie. Secondo gli ultimi dati ufficiali, in Italia oltre 18.000 bambini e ragazzi vivono nelle comunità residenziali, ai quali si aggiungono circa 16.000 minori in affidamento familiare. Numeri enormi che raccontano una realtà drammatica, eppure completamente assente dal palco. Si è preferito parlare di cavalli, di boschi, di crescita spirituale, di educazione naturale, di amore universale, mentre il tema più scomodo è stato accuratamente sfiorato senza mai essere affrontato.
Katherine e Nathan, loro malgrado, sono diventati il simbolo di una vicenda che avrebbe potuto squarciare il velo su un sistema che noi di Playmastermovie raccontiamo da mesi. Un sistema fatto di storie che si assomigliano, di genitori che denunciano dinamiche ricorrenti, di bambini che finiscono in casa famiglia e di un sottobosco sul quale continuiamo a raccogliere testimonianze e documenti. Katherine quei volti li conosce. In questi mesi ha incontrato madri e padri che stanno vivendo drammi analoghi al suo. Ha ascoltato racconti che, se portati alla luce, aprirebbero interrogativi enormi. Eppure, durante tutta la serata, di quel sottobosco non è stata pronunciata una sola parola.
L’ennesima occasione persa? Quella che poteva trasformarsi in una battaglia capace di mettere in discussione un intero sistema rischia di essere riassorbita all’interno dello stesso sistema. La vicenda diventa l’occasione di promuovere un libro che genera consenso, applausi e visibilità, mentre la questione centrale scompare lentamente dallo scenario pubblico. Tutto assume il sapore di una grande operazione di normalizzazione. Si parla di natura, di educazione, di spiritualità, di non giudizio, di crescita personale, di temi che nessuno può contestare e che anzi risultano perfettamente compatibili con un dibattito pubblico innocuo. Temi che fanno il solletico al sistema, ma che non lo mettono mai realmente in difficoltà.
A noi, invece, interessa altro. Non ci interessa assistere alla costruzione dell’ennesima vetrina culturale. Non ci interessa il racconto new age di un ritorno alla natura se questo serve a distogliere lo sguardo da ciò che continua ad accadere nelle case famiglia italiane. Non ci interessa vedere una tragedia trasformata in un percorso editoriale mentre migliaia di bambini continuano a vivere lontano dalle loro famiglie. Perché il problema non è il libro. Il problema non è nemmeno Katherine e Nathan. Il problema è quel sottobosco che continua a rimanere nell’ombra e che nessuno, nemmeno chi avrebbe oggi la forza e la credibilità per farlo, sembra voler portare davvero alla luce.
Noi di Playmastermovie non abbiamo intenzione di voltare pagina. Continueremo a raccontare ciò che altri preferiscono ignorare, anche se dovessimo rimanere soli, anche con mezzi limitati e contro un sistema infinitamente più forte di noi. Perché crediamo che il dovere di chi fa informazione non sia costruire personaggi, ma cercare la verità. E finché quel sottobosco continuerà a rimanere nascosto, finché migliaia di bambini continueranno a essere allontanati dalle loro famiglie senza che il dibattito pubblico abbia il coraggio di interrogarsi davvero sulle ragioni e sulle conseguenze di questo fenomeno, noi continueremo a fare la stessa domanda.
Katherine e Nathan, mentre promuovete le vostre filosofie di vita, abbiate il coraggio di parlare anche del sottobosco. Perché il vostro ricongiungimento familiare potrà forse trovare una soluzione attraverso quella strategia politica e giudiziaria che l’avvocato Pillon vi ha chiaramente suggerito, e così il caso del Bosco potrà chiudersi. Ma il sottobosco resterà lì, con tutte quelle famiglie e quei bambini che non avranno la stessa attenzione mediatica né le stesse possibilità. Il Bosco potrà salvarlo la politica. Il sottobosco può salvarlo soltanto la verità.
Se pensate che sia arrivato il momento di squarciare il velo sul sistema degli affidi, sostenete la produzione del nostro documentario.
Da molti mesi siamo tra i pochi a raccontare questo sottobosco attraverso un’informazione indipendente, raccogliendo testimonianze, storie e documenti.
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