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Vaccini, giochi e ingegneria del consenso: il dissenso trattato come patologia

di Carmen Tortora

Con fondi pubblici, le autorità sanitarie statunitensi hanno scelto una strada chiara: lo scetticismo sui vaccini non va discusso, ma prevenuto. Non come opinione, non come domanda legittima, bensì come vulnerabilità cognitiva da correggere in anticipo. I finanziamenti federali dei Centers for Disease Control and Prevention, convogliati tramite l’American Psychological Association, sono stati utilizzati per sviluppare strumenti digitali pensati non per informare, ma per modellare il modo in cui le persone reagiscono alle critiche sui vaccini, con un’attenzione particolare alle fasce più giovani.

Uno studio pubblicato su Scientific Reports espone l’impianto concettuale senza particolari cautele. Il dissenso viene assimilato a un agente patogeno, mentre la resistenza al dissenso è descritta come una forma di immunità. Su questa base nasce il gioco online Bad Vaxx, che non confronta dati né mette a paragone prove contrastanti. Il suo obiettivo è insegnare ai giocatori a riconoscere e respingere automaticamente contenuti critici, previamente classificati come “disinformazione”, secondo categorie stabilite dall’alto.

Il lessico adottato è indicativo: si parla di “inoculazione psicologica”, non di educazione. L’idea è esporre l’utente a versioni attenuate del dissenso per renderlo meno ricettivo in futuro. Il formato ludico viene celebrato come un punto di forza perché consente di agire sull’intuizione, non sulla riflessione. Il gioco premia il riconoscimento di schemi, rafforza risposte desiderate e riduce l’attrito analitico. Gli esiti vengono misurati in termini di fiducia, disponibilità a condividere contenuti e allineamento percettivo, non in capacità di valutare affermazioni o prove.

Come si modella la percezione sui vaccini

L’aspetto più paradossale è che lo strumento utilizza le stesse tecniche persuasive che afferma di voler neutralizzare: inquadramento emotivo, segnali di autorità, ripetizione. E il controllo è rigorosamente unidirezionale. Nessuna analisi equivalente viene applicata alla comunicazione istituzionale, alle campagne governative o alla promozione farmaceutica. La categoria di “disinformazione” viene riservata esclusivamente alle narrazioni critiche.

Il conflitto d’interessi resta sullo sfondo ma è evidente: l’ente che definisce, promuove e gestisce le politiche vaccinali finanzia strumenti psicologici destinati a gestire il dissenso verso le proprie scelte. Non si tratta di migliorare la qualità dell’informazione, ma di anticipare il disaccordo. In questo schema, il dubbio non è più parte del processo democratico, ma una deviazione da correggere. È ingegneria comportamentale finanziata dallo Stato, presentata come tutela della salute pubblica.

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