Ekateryna ha 11 anni, oggi. Ne aveva 7 quando nel febbraio del 2022 è stata ferita gravemente a Bucha, in Ucraina, mentre giocava in casa con i suoi famigliari.
Una scheggia del ‘fuoco amico’ l’ha colpita in testa, e ha ucciso la mamma Natasha e il fratello Dima, un giovane calciatore. Per pura fatalità si sono salvati il papà, Anatoly, e il fratello maggiore, Sasha.
Tramite un corridoio umanitario complicatissimo, e attraversando l’orrore e le bestialità della guerra testimoniati da Anatoly, Ekateryna riesce ad arrivare a Roma, e ad essere ricoverata al Bambin Gesù, l’ospedale pediatrico del Vaticano.
Le vengono prestate tutte le cure necessarie, subisce due interventi – la bambina ha un vero e proprio buco in testa, è viva per miracolo -, e le fa visita anche Papa Francesco.
Anatoly ottiene lo stato di rifugiato, e la promessa di una casa, e di poter lavorare nel nostro Paese. Ma le cose vanno diversamente, negli anni a seguire.
Ekateryna, che avrebbe bisogno di una terza operazione, e poi di una quarta, non è più assistita gratuitamente, e il suo cranio comincia a deformarsi, con una ferita aperta suscettibile di infezioni, e lei ad avere mal di testa cronici e problemi alla vista, senza trascurare i gravi danni emotivi e psicologici causati dalla perdita della mamma e del fratello, in modo così tragico.
Nel frattempo Anatoly conosce Marina, in ospedale, ucraina come lui – e come lui scappata dalla guerra – che sta assistendo la figlia Nadia, disabile per un tumore al cervello, arginato con successo in Russia e poi degenerato per la mancanza di cure in Italia, fino a costringerla sulla sedia a rotelle. I due si innamorano, e creano una nuova famiglia allargata, alla quale è assegnata una camera d’hotel a Roma, dove vivono decine di altri rifugiati ucraini.
Anatoly vorrebbe lavorare, sposare Marina, ottenere una casa, ma lo stato di rifugiato con figlia disabile per la legge italiana è incompatibile con questi diritti.
Per sopravvivere, e per curare le figlie, oltre alle pensioni di invalidità di Ekateryna e Nadia, ottenute grazie all’interessamento di un’assistente sociale che prende a cuore la sorte della famiglia Martynenko – accetta il denaro che gli amici del figlio morto in Ucraina riescono a raccogliere.
Per il tramite della medesima assistente sociale, Ekateryna è finalmente operata, e all’ospedale Gemelli le viene posizionata una protesi cranica. Poco dopo però l’assistente è rimossa dal suo incarico presso la famiglia Martynenko.
Come talora accade nella vita, a portare gioia nasce Maria, nell’aprile del 2024. Ora la famiglia in Italia (Saha è rimasto in Ucraina) è composta da 7 persone: oltre ad Anatoly e Marina, ci sono Ekateryna, Maria, Nadia, Maxim, e Olesya, i figli di Marina. I bambini frequentano la scuola, chi le elementari chi le superiori, non senza difficoltà, per la barriera linguistica, per l’assenza di supporto sia pratico che psicologico, e per episodi di bullismo ed emarginazione di cui sono vittime.
Secondo la testimonianza di Anatoly, inoltre, ad un certo punto l’hotel dove soggiorna la sua famiglia – il Mercure Roma West – comincia a riservargli un trattamento non adeguato, facendo mancare beni di prima necessità, come prodotti igienici, o trascurando le pulizie e il cambio delle lenzuola, impedendo la visita di amici e parenti, e costringendoli a vivere in camere distanti e separate, senza neppure un lettino per Maria. Non solo: sembra che siano state effettuate riprese video nelle stanze, e che qualcuno abbia rovistato tra gli effetti personali della famiglia. Le denunce che Anatoly ha sporto non hanno alcun seguito.
Tutto precipita quando una segnalazione da parte dei Servizi Sociali fa scattare l’intervento della Polizia, per allontanare le figlie più piccole – Ekaterina e Maria – dai genitori, e trasferire altrove gli altri ragazzi.
L’audio, che testimonia quanto avvenuto, è sorprendente, anche perché gli attori di questo dramma non parlano la stessa lingua, e quindi non si comprendono:
“Noi siamo poliziotti che aiutano i bambini; mamma e papà sono stati un po’ assenti ultimamente, vogliamo aiutarvi a trovare una nuova casa”.
Nadia si oppone con fermezza, e dice che non se ne andranno finché non potranno parlare con mamma e papà.
“Mamma e papà non possono salire per ordine di un magistrato”, replica la poliziotta.
“Li incontrerete ai Servizi Sociali: soli non potete stare, perché siete minorenni”.
Segue uno scambio di botta e risposta:
“Io sono maggiorenne” si difende Nadia.
“Ma hai un curatore, non puoi adempiere a questo ruolo (occuparsi dei fratelli)”.
In sottofondo si sente un poliziotto che al telefono chiede a qualcuno: “Non li possiamo prendere di forza?”
La poliziotta dice che il Procuratore ha detto di no …
“Proprio una situazione di merda”, aggiunge qualcun altro.
La situazione è in stallo. Interviene di nuovo la poliziotta:
“Io sono amica della maestra. E Io so cosa è successo (a scuola?), e mi dispiace […] Succede anche a mio figlio, alcuni professori sono cattivi. Per questo motivo vi vogliamo spostare. Se collaborate, vi troviamo un posto dove starete bene, tutti assieme.
I tuoi genitori (si rivolge a Nadia) non possono più decidere per voi, perché un Giudice ha detto che per ora hanno una sospensione della responsabilità genitoriale”.
Nadia ribadisce che vuole incontrarli, che ne ha il diritto …
“Noi non siamo dei nemici, come pensi. Vogliamo portare i tuoi fratelli dove sono più tranquilli, per poi tornare con papà e mamma”.
Nadia e i suoi fratelli piangono. “Voi non siete nostri amici”, rivolta alla poliziotta.
Si sentono di nuovo parlare tra loro e con altri poliziotti, dicono che c’è stata un colluttazione, ‘un casino’.
Nadia chiede di poter vedere i documenti del Giudice con la disposizione. Mostrano un documento.
La poliziotta chiede a qualcuno se la madre sa che hanno portato via la piccola Maria.
Un’altra agente si rivolge a Nadia: “I vostri genitori non volevano andare via da qui (in precedenza le avevano detto che il luogo era troppo sporco), allora ha deciso un Giudice”.
E poi: “Facciamo salire mamma, ok? Siamo qui per la vostra sicurezza, non è un gioco. Hai capito cosa ho detto finora? Sta venendo mamma, non fate casino se no alla fine ci arrabbiamo. Maxim (il fratello di Nadia), bono! La professoressa Y. la conosco, so che si comporta male, perché sono amica della professoressa E.”.
Alla fine si sente parlare solo ucraino, e c’è anche la mamma dei ragazzi, alla quale è stato permesso di salire.
Da un anno ormai Anatoly grida l’ingiustizia subita, e denuncia l’inganno con il quale, complici i Servizi Sociali, gli sono state sottratte le sue figlie, che lui definisce un ‘rapimento di Stato’.
Ha sperato di arrivare in un Paese dove i bambini sarebbero stati protetti, dopo i traumi indicibili della guerra, le morti, l’orrore al quale hanno assistito. E invece si sta adoperando con rabbia e dignità per porre fine alla sofferenza delle sue figlie private dell’affetto genitoriale, percosse all’interno della casa-famiglia (Ekaterina lo ha raccontato al padre, che ha messo una telecamera all’interno di un giocattolo, ma è stato subito scoperto, e per questo gli sono state revocate le visite, per un periodo di tempo), e senza quelle cure e quell’assistenza di cui necessitano, soprattutto la grande, per la sua ferita nel corpo e ancor più nell’anima.
Quest’uomo ha bussato ad ogni porta – avvocati; associazioni; giornalisti – ma nessuno lo ascolta, nessuno abbraccia la sua battaglia, con prove alla mano di: abusi; violazioni della CEDU – Convenzione Europea dei Diritti Dell’Uomo; violazioni della CRPD – Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti delle Persone con Disabilità; violazioni del Diritto Internazionale Umanitario; violazioni del Diritto Internazionale dei Rifugiati (1951); violenze; occultamento di documenti; menzogne volte a screditare le figure genitoriali, e molto altro.
Lo stato di salute di tutti i figli, anche di quelli che non sono in casa-famiglia, ma che hanno bisogno di cure costanti, come Nadia, si è deteriorato irrimediabilmente, per i terribili episodi di cui sono stati protagonisti, durante la lacerazione della loro famiglia, senza tener conto dell’inferno da cui già provenivano.
Da qualche settimana la famiglia Martynenko-Tymoshchuck ha ricevuto una casa dove poter vivere, e da poco più di un mese sono ripresi gli incontri protetti con le figlie sottratte.
A maggio è nato un altro bambino, a regalare speranza ad Anatoly e Marina. E se pure mamma e papà hanno la paura costante che anche questo piccolino possa essere loro ‘rubato’, la vita è più forte di qualsiasi ingiustizia.
**
Storie così devono essere raccontate, perché la verità non può essere archiviata.
Aiutaci a realizzare il documentario “SOTTRATTI”. Anche una piccola donazione può fare la differenza. Sostienici QUI

