Dopo un digiuno prolungato, in genere superiore alle ventiquattro ore, le scorte di glicogeno epatico vengono esaurite e il corpo comincia a ricavare energia dai grassi mediante la produzione di corpi chetonici, che già entro le 24, 48 ore diventano una fonte significativa fino al 30‑40 % del fabbisogno energetico, specialmente se il digiuno si protrae per diversi giorni; in questa fase autogenerativa l’organismo entra in chetosi, uno stato metabolico caratterizzato da bassi livelli di insulina e alta disponibilità di chetoni come β‑idrossibutirrato e acetoacetato, utilizzati dal cervello e dai tessuti come fonte energetica alternativa e l’eruzione della chetogenesi emerge come risposta alla carenza di glucosio, alimentata dalla gluconeogenesi che nel frattempo rallenta grazie al risparmio proteico dovuto all’uso energetico prevalente dei lipidi.
Poiché lo stato di chetosi porta a una serie di effetti rigenerativi che includono la stimolazione dell’autofagia, la riduzione dell’infiammazione sistemica, il miglioramento della sensibilità insulinica e il controllo dei marcatori lipidici plasmatici è strategico mantenere questo assetto metabolico ottenuto con il digiuno procedendo poi con una dieta chetogenica che sostenga l’utilizzo costante dei grassi come principale fonte energetica.
Adottare un regime alimentare con carboidrati netti ridotti (solitamente sotto i 50 g al giorno) e proteine moderate assicura quindi una prosecuzione della chetosi senza sconvolgimenti metabolici e permette di stabilizzare i benefici ottenuti dal digiuno stesso. Ciò favorisce la flessibilità metabolica, ovvero la capacità dell’organismo di alternarsi tra l’uso di glicogeno e dei lipidi in modo efficiente, migliorando l’equilibrio energetico e la stabilità glicemica.
Inoltre passare subito a una dieta chetogenica previene l’effetto rebound glicidico che spesso segue a una reintroduzione rapida dei carboidrati e che può cancellare in poche ore i risultati metabolici raggiunti con il digiuno agendo su picchi insulinici e fame compensatoria.
I corpi chetonici non sono solo carburante ma anche molecole segnale che bloccano l’inflammasoma NLRP3 e modulano la produzione di citochine pro‑infiammatorie come IL‑1β e IL‑18 contribuendo a ridurre l’infiammazione cronica e sostenere la funzione metabolica e immunitaria.
Un banco di prova utile del potere della chetosi è il fatto che il cervello arriva a utilizzare fino al 75 % dell’energia sotto forma di chetoni nel corso del digiuno protratto, con un’importante preservazione della massa muscolare e minore richiesta di glucosio da parte dei tessuti periferici e centrali, mantenendo così la muscolatura senza ossidarla a scopi energetici.
Per gestire al meglio questa transizione è essenziale garantire un apporto di grassi salutari come olio extravergine di oliva, avocado, noci e ghee che sostengano una quota calorica sufficiente, mantenere le proteine su livelli moderati per non innescare una gluconeogenesi eccessiva, idratarsi abbondantemente e reintegrare i principali elettroliti (sodio, potassio, magnesio), in modo da prevenire sintomi comuni nell’adattamento al metabolismo lipidico quali crampi, riduzione della pressione o stanchezza nota come “influenza chetogenica”. Ad esempio brodo di ossa o verdure cotte poco lavorate, prima di avanzare verso una dieta chetogenica completa, lasciando il tempo all’apparato digerente di riprendere il lavoro gradualmente.
In sintesi il digiuno è uno strumento rapido e sicuro per indurre la chetosi, e continuare con una dieta chetogenica subito dopo consente di trasformare un processo circoscritto in una strategia metabolica stabile e sostenibile a lungo termine.

