Essere originari di un altro Paese, formarsi in un’altra cultura, parlare un’altra lingua, può essere qualcosa che porta diversità e punti di vista nuovi che arricchiscono una comunità, un Paese. Molto spesso è un incontro/scontro pieno di incertezze e diffidenze, soprattutto se la persona che viene a risiedere in una nuova comunità non porta con sé un conto in banca di una certa importanza o proviene da culture poco conosciute o addirittura malviste per pregiudizi ed altro ancora che non staremo ad esaminare qui, perché non vogliamo fare un trattato né sociologico, né tanto mento antropologico.
Vogliamo semplicemente dare voce alla sofferenza di una immigrata dalla Macedonia del Nord, Blagica, trovatasi di passaggio nel nostro Paese e rimastaci, nel cuneese, per aver incontrato una persona con cui fare una famiglia, mettendo al mondo due bambine.
Vogliamo dare voce, come Playmastermovie, alla richiesta di una mamma che non vede le sue figlie da un anno e mezzo, che sa che le stesse sono divise in due famiglie affidatarie diverse, pur non avendo ancora perso la patria potestà. Vogliamo dare voce ad un calvario che dura da 6 anni abbondanti, tra comunità, affidamenti, perizie, tribunali…
La sua situazione appare sospesa in un limbo, mentre vede allontanarsi la realizzazione piena del suo sogno di una famiglia (il marito l’ha perso a fine 2020, per una grave malattia dopo un lungo periodo di sofferenze ed accudimenti, mentre doveva portare avanti anche i suoi compiti di neo mamma con le bambine ancora pre-scolarizzate), in una situazione che la accomuna a molti genitori, non importa se italiani di origine o no. Blagica ha un lavoro, vive con un nuovo compagno ed è stata praticamente costretta a lasciare la casa che le spettava, quella che condivideva con suo marito, a cambiare zona e tipo di vita, pur rimanendo con le unghie e con i denti aggrappata al suo sogno, che da una realtà a tutti gli effetti si è trasformata in un incubo. Una realtà che dovrebbe essere tutelata, quella del diritto di una madre di allevare nelle migliori condizioni economiche e psicofisiche la sua prole. Prole che sicuramente detiene a sua volta molti diritti sanciti dalla nostra Costituzione e da innumerevoli leggi e trattati nazionali e internazionali.
Ma qui non parliamo di reati, di percosse, di storie di droga o alcool, ma di una zona spesso grigio/nebbiosa, molto sfumata, che entra nel merito del tipo di relazione educativa che la madre stabilisce con le bambine, una zona in cui ci vuole molta accortezza e sensibilità, sopratutto quando la famiglia come nel caso di Blagica è colpita da un lutto così importante da sconvolgere equilibri sottili dettati da una condizione economica precaria e dalla condizione di straniera che ha perso il suo principale tramite con la comunità, ovvero suo marito, con difficoltà di comprensione della lingua italiana, che sa comunque di detenere diritti sia come cittadina italiana che come cittadina macedone, così come le sue figlie che possiedono anch’esse la doppia nazionalità.
Ora sta lottando anche attraverso la via processuale, in appello, contro la decisione di adottabilità delle sue figlie. Blagica al telefono parla concitata con il suo “italianese”, a volte proviamo con un po’ di inglese, ci scambiamo messaggi tradotti on-line in lingua macedone… ma è difficile raccontarsi e raccontare una storia del genere, con uno stato d’animo del genere, utilizzando solo le risorse del linguaggio a distanza.
Blagica ci invia molti documenti, tra cui rapporti psicologici e psichiatrici, relazioni del perito del tribunale, le sue carte processuali, non nasconde nulla di quello che apparentemente potrebbe essere pro o contro la sua rivendicazione. Manda molte cose che andrebbero analizzate da un team di esperti in vari settori e che riempirebbero questo articolo di nozioni che difficilmente darebbero più forza al suo grido di dolore, cosa che è impossibile anche per questo breve spazio dove apriamo una piccola finestra per lei e le sue figlie, a meno che chi scriva e chi legga non faccia quello sforzo di immedesimazione e di empatia, riconoscendo una condizione universale che lega una persona alla propria discendenza e che qui parla di speranze, di genitorialità inespressa, di bambine travasate da comunità a famiglie affidatarie, con colloqui veloci in “luoghi neutri”, con figure esterne come educatori, psicologi e quanti altri sempre presenti, che non vengono percepiti, e a volte fanno anche poco per darlo a vedere, come aiuti ma come ostacoli allo sviluppo di ciò che molti di noi conoscono e sanno quanto sia delicato, senza la sicurezza di potersi sentire e di essere riconosciuti dalla comunità come famiglia.
Ed in generale senza vera empatia questo sistema rischia di far entrare famiglie intere dentro un freddo macchinario protocollare smembra-identità.
E quando scriviamo ciò non vogliamo accusare indiscriminatamente operatori, professionisti nel settore dei servizi sociali per i minori o dei tribunali vari o dei servizi socio-sanitari. Sappiamo che molti di loro agiscono in buona fede, credendo in quello che fanno, o almeno nella speranza che quello che fanno sia buono e serva, o anche riconoscendo e accorgendosi che il sistema non funzioni, cercano di mettere il proprio per fare la differenza. La questione è più ampia e ingloba il paradigma sociale ed educativo in relazione a questo sistema sociale ed economico.
E non finiremmo più.
E quello che speriamo che invece inizi molto presto è la presa di coscienza che sia necessario cambiare qualcosa, o molto più di qualcosa, perché persone come Blagica, e come le sue due figlie, e ce ne sono sicuramente tantissime nel nostro Paese, non debbano attraversare ancora questo Purgatorio sottile come una lama, da cui è facile scivolare nell’Inferno della solitudine e dell’indifferenza.
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Queste storie devono essere raccontate, perché la verità non può essere archiviata.
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