Playmastermovie offre i suoi contenuti come beni della collettività, gratuitamente.
Per mantenere un’informazione indipendente, sostienici con una donazione.
Insieme riscriviamo la storia!

Playmastermovie fornisce contenuti gratuiti come beni della collettività. Sostienici con una donazione per un’informazione indipendente.
«Tachipirina e vigile attesa», la perizia che mette sotto accusa le linee guida Covid

«Tachipirina e vigile attesa», la perizia che mette sotto accusa le linee guida Covid

di Carmen Tortora

La consulenza tecnica acquisita dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul Covid riapre una ferita mai davvero rimarginata: quella delle cure domiciliari. La relazione della dottoressa Simona Amato, dirigente dell’Asl Roma 2, stronca la linea guida della «Tachipirina e vigile attesa», definendola del tutto priva di basi scientifiche e ragionevolmente legata all’elevata mortalità dei mesi più duri.

Il paracetamolo si limita a calmare i sintomi, senza alcuna reale efficacia antinfiammatoria o antivirale. Prescriverlo mentre la carica virale cresceva ha significato, per molti pazienti fragili, attendere il peggioramento a casa fino a compromettere gravemente i polmoni, arrivando nei reparti quando ormai era troppo tardi. Le stesse indicazioni ministeriali chiedevano di controllare la saturazione, ma senza fornire un protocollo chiaro per intervenire prima del crollo.

La circolare del 30 novembre 2020 fissava una rotta precisa: attesa, idratazione e farmaci sintomatici per azzerare la febbre o i dolori. Quella formula poi diventata tristemente celebre semplificava un testo più lungo, ma ne coglieva la vera essenza: trattare i sintomi e aspettare. Le direttive blindavano l’accesso agli altri farmaci, consentendo i corticosteroidi solo dopo 72 ore di peggioramento, limitando l’eparina agli allettati ed escludendo l’idrossiclorochina. Sulla carta il medico manteneva la propria libertà di cura, ma uscire dal tracciato tracciato dalle autorità significava accollarsi l’intero rischio clinico, documentale e legale.

Nel gennaio 2022 il TAR del Lazio provò a spezzare questa gabbia, bocciando l’elenco dei farmaci vietati perché lesivo dell’autonomia professionale. Appena un mese dopo, il 9 febbraio 2022, il Consiglio di Stato ribaltò la decisione con la sentenza n. 946, declassando le direttive ministeriali a «semplici raccomandazioni». Una sottigliezza formale che smentiva la realtà dei fatti: conformarsi al percorso statale offriva uno scudo burocratico, mentre la scelta divergente scaricava l’onere della prova e ogni eventuale contenzioso direttamente sulle spalle del professionista.

Mentre la burocrazia congelava l’azione, la ricerca clinica forniva risposte differenti. Tra ottobre 2020 e gennaio 2021, uno studio italiano condotto su 90 pazienti trattati tempestivamente con antinfiammatori mostrava una drastica riduzione dei ricoveri rispetto a un gruppo di pari dimensioni. Risultati confermati nei mesi successivi dallo studio COVER 2, che aveva analizzato le condizioni di altri 108 pazienti. Ignorare questi segnali per rifugiarsi nella ricetta inviata via telefono ha finito per trasformare la medicina in pura esecuzione amministrativa.

C’era una differenza abissale tra un medico che visitava a casa, valutava i fattori di rischio e monitorava l’evoluzione, e chi invece liquidava il malato con una telefonata delegando il controllo alla famiglia. La Commissione parlamentare dovrà ora ricostruire la catena delle decisioni, l’operato di Ministero e Aifa, la disponibilità dei saturimetri e l’effettivo ruolo delle USCA. Resta la fotografia di un sistema fortemente asimmetrico: l’indirizzo arrivava dall’alto, ma il peso delle conseguenze è rimasto interamente in basso

    Questo spazio vive grazie al contributo della comunità.
    Supportaci con una donazione.

    Leggi anche ...