Il 13 ottobre 2022, mentre Simona partoriva suo figlio, perdeva sé stessa. Per mesi aveva tenuto duro: controlli ogni settimana, casa pulita, vita ricostruita pezzo per pezzo con una ostinazione silenziosa. Ma per una sera, soltanto una sera, arrivò la paura dell’ignoto. Un parto così vicino, troppo vicino, da affrontare da sola, perché il compagno aveva scelto un’altra compagna: la cocaina. E in quella sera anche lei, in quella stupida polvere bianca che assomigliava alla polvere sui vecchi mobili della sua infanzia, cercò la stessa consolazione che aveva invano cercato da bambina. Nel tempo che seguì riuscì ad essere onesta e a non accampare scuse. Ma era troppo tardi.
Quando glielo misero sul petto all’ospedale di Urbino capì subito che lui non c’entrava niente. Lui era caldo, piccolo, di quel candore angelico che aveva sempre sperato di incontrare. Si aggrappava a lei con la forza che hanno i neonati, e Simona capì che se lo avesse perso, questa volta avrebbe perso per sempre anche sé stessa.
Il test arrivò veloce. Positivo alla cocaina. E con quello arrivò la segnalazione al Tribunale per i Minorenni di Ancona e ai servizi sociali. Dopo sette giorni in quella stanza che sapeva di disinfettante e di latte caldo, le dissero che lei poteva andare a casa, ma lui no. Glielo dissero come se fosse normale lasciare un bambino di una settimana in una culla e tornare a casa da sola. Allattava ogni due ore, sentiva il suo respiro contro il collo, aveva la certezza che se si fosse staccata da lui non sarebbe riuscita a ritrovarlo. Così urlò che non sarebbe uscita senza di lui, pianse fino a non avere più voce, diventando ostile ai medici e agli assistenti sociali. Alla fine le diedero una stanza tutta per loro. Separarli, in quel momento, sarebbe stato impossibile.
Da lì iniziò il vortice: le assistenti sociali del Comune, il Tribunale dei Minori. Entravano e uscivano persone con taccuini in mano, le facevano domande, scrivevano, e lei aveva la sensazione che stessero scrivendo una storia diversa dalla sua. Lei e il padre del bambino erano ancora insieme, ma il problema di dipendenza ce l’aveva lui, non lei. Lei era “pulita” da anni, aveva cambiato giro, amici, abitudini. Ma il test positivo alla nascita portava la sua firma. Così lei diventò il caso da seguire, lei quella da curare, lei quella da controllare. Reagì male, lo dice senza girarci intorno. Si chiuse, rispose male, alzò un muro perché aveva terrore che le portassero via il bambino. E più alzava quel muro, più loro vedevano una madre difficile, non una madre spaventata.
Dopo ventidue giorni in ospedale le dissero di preparare la borsa. Andavano in una struttura protetta per mamme e bambini in provincia di Ascoli Piceno. Le dissero che sarebbe stata lì quattro mesi e poi sarebbero tornati a casa. Quattro mesi. Fece la valigia tenendo suo figlio addormentato contro di sé, convinta che fosse un conto alla rovescia breve. Non sapeva che in quella struttura la permanenza durava minimo diciotto mesi. Non glielo avevano detto. Lei aveva appena partorito, era stanca, aveva paura, e si fidava. Perché nessuno mente a una madre con un neonato in braccio.
Arrivata lì capì subito che non era un posto per un bambino di ventidue giorni. Lui era l’unico neonato, gli altri avevano tre, cinque, sette anni. Dopo venti giorni crollò. Le diagnosticarono una depressione post partum grave. Dormiva due ore a notte, piangeva senza motivo, aveva paura del buio, del silenzio, del rumore. Ma teneva duro perché si ripeteva che mancavano pochi mesi e sarebbero tornati a casa. La verità sulla durata della permanenza in struttura la scoprì mesi dopo, quando ormai era dentro e uscire non dipendeva più da lei.
In quel periodo la struttura non funzionava. Entravano persone che non dovevano entrare, giravano cose che non avrebbero dovuto circolare dove ci sono bambini. C’erano madri con terapie psichiatriche pesanti, crisi improvvise, controllo zero. E lei aveva suo figlio di un mese. Per quindici mesi fu il suo scudo. Se piangeva, era lei a farlo smettere. Se si svegliava di notte, era lei a cullarlo. Se aveva paura, era lei a mettergli la mano sulla schiena per fargli capire che non era solo. Fece di tutto per proteggerlo da un mondo che non capiva, e lo fece da sola perché il supporto non arrivava.
Poi sbagliò di nuovo. Trasgredì una regola fondamentale della struttura. Non per violenza, non per droga, ma per la nuova direttrice fu l’occasione per dare un esempio. “Con te facciamo un precedente”, le dissero. La segnalarono ai servizi, i servizi al Tribunale penale, e dopo qualche settimana vennero a dirle che doveva lasciare la struttura. “Tuo figlio resta qui, vai a casa quindici giorni, poi rientri, torna tutto come prima”. Il bambino aveva quindici mesi, la chiamava mamma cinquanta volte al giorno, si addormentava solo con lei, e loro le chiedevano di sparire per due settimane come se fosse normale.
Se ne andò con due sacchi neri della spazzatura, come se uscisse dal carcere. L’accompagnarono alla stazione, aspettarono che salisse sul treno, e lei guardava il binario vuoto pensando che stava lasciando suo figlio in un posto dove non poteva proteggerlo. Lui era al nido, non poté salutarlo. Per quindici giorni fece videochiamate, chiese, supplicò, mandò messaggi che non ebbero risposta. Poi capì che i quindici giorni erano una bugia.
Il 21 febbraio 2024 arrivò il decreto del Tribunale di Ancona. Potestà decurtata. Il bambino fu preso in carico dai servizi sociali e inserito in una casa famiglia protetta di cui lei non poté sapere il nome, la città, niente. Perse la testa. Tentò di farsi del male. Non ci riuscì, e forse fu meglio così, perché se non ci fosse stata lei non ci sarebbe piú stato nessuno a cercarlo.
Le dissero che se voleva rivederlo doveva fare un percorso in comunità da sola. E lei andò. Perché cosa non fai per riavere tuo figlio? Entrò in comunità e per quattro mesi e mezzo non le fecero vedere suo figlio. In quel tempo, lo seppe dopo, lavorarono con lui per fargli dimenticare la madre. Quando lo rivide, lui la guardò come si guarda una sconosciuta. Non allungò le braccia, non disse mamma. Guardò stranito l’assistente sociale come per chiedere se poteva fidarsi di quella donna.
Seppe poi che pochi giorni dopo l’ingresso in casa-famiglia il bambino iniziò a spegnersi. Non dormiva, non mangiava, urlava mamma di notte fino a perdere la voce. Finì in ospedale ad Ancona, ricoverato con le flebo per nutrirlo. La casa famiglia lo scrisse ai servizi. I servizi non fecero niente. E a lei non lo dissero. Lo seppe un anno dopo, quando il danno era fatto.
La cosa che fece più male non fu l’allontanamento. Fu che l’allontanamento doveva tutelarlo, e invece lo annientò. Il bambino smise di parlare per mesi, smise di dormire, ebbe il trauma del distacco, la sindrome dell’abbandono. Un bambino di quindici mesi non si spegne così per caso. Si spegne quando gli porti via la madre e gli dici che è per il suo bene.
Lei, nel frattempo, finì il percorso comunitario a ottobre 2025. Lo finì da sola, con le sue forze, senza scorciatoie. Durante quei mesi vedeva il figlio due volte al mese per un’ora, dietro un vetro, con l’assistente sociale che prendeva appunti e l’orologio che correva più veloce di loro. Le avevano detto che finendo il percorso glielo avrebbero ridato.
Oggi lo vede una volta a settimana, sempre con l’assistente, sempre con il tempo che scappa, sempre con la sensazione che ogni minuto perso non torni più. Sta cercando un nuovo avvocato per avviare la procedura per il recupero della potestà.
Intanto continua a fare quello che fa una madre che vuole recuperare. Va dalla psicologa, fa psicoterapia, e fa le urine. Sì, le urine. Le porta come si porta una trofeo che hai conquistato, che ti appartiene, che dice chi sei. La tiene in mano con orgoglio, perché quella boccetta è pulita, e ogni volta che la consegna dice senza parole: guardate, io ci sono, io sto bene, io non sono più quella di prima. Non lo fa per loro. Lo fa per sé e per lui, perché vuole che suo figlio cresca sapendo che sua madre non si è nascosta, non ha mentito, ha guardato la malattia negli occhi e ha detto basta.
Il bambino ha tre anni. A settembre inizia la materna. E ogni volta che si salutano gli dice: “Mamma mi porti a casa, mamma vieni con noi, io ti voglio tanto bene, resta con me”. Non è una frase imparata, non è una cosa che gli fanno dire. È lui. È il loro legame che resiste nonostante tutto.
Lei è sola. Il padre di lei non ha voluto prenderlo. Non ha nonni, non ha zii, non ha una rete. Ha solo sé e lui. E sa di non essere perfetta. Sa di aver sbagliato una volta, con la cocaina, e da quella volta paga ogni giorno. Ma ha anche rimediato. Mentre era in comunità fece venire lei la logopedista per suo figlio, perché vedeva che non parlava e nessuno si muoveva. L’ha fatto lei, da dentro una comunità, senza soldi, con il permesso di due ore fuori. Ha fatto quello che fa una madre quando vede suo figlio soffrire.
Non chiede che dimentichino cosa ha fatto. Chiede che guardino cosa sta facendo ora. Il suo obiettivo non è avere ragione contro i servizi, contro il Tribunale, contro nessuno. Il suo obiettivo è avere suo figlio a casa la sera. Portarlo a scuola lei, preparargli la merenda lei, sentirlo ridere al mattino senza un vetro in mezzo. La vicenda è ancora aperta al Tribunale di Ancona. Lei c’è. Sobria. Presente. Ogni settimana, ogni incontro, ogni minuto. E lui la cerca.
Una madre che cade una volta non smette di essere madre. Smette solo di essere creduta. E lei vuole tornare a essere creduta, non per sé, per lui. Perché lui la chiama ancora mamma, e lei non vuole smettere di rispondere.
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Queste storie devono essere raccontate, perché la verità non può essere archiviata.
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