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Iacchetti

Dallo scontro televisivo alla guerra, Empatia vs Narcisismo in una società che abusa.

di Redazione Playmastermovie

Uno scontro televisivo può diventare molto più di una lite in diretta: può trasformarsi in una lente attraverso cui osservare le dinamiche profonde della nostra società. È il caso del recente confronto tra Enzo Iacchetti, volto storico della televisione italiana, ed Eyal Mizrahi, figura controversa emersa in contesti televisivi dove lo scontro e la provocazione diventano spettacolo. Ma cosa stava accadendo realmente, al di là delle apparenze?

Guardando la scena che è andata in onda nella trasmissione Carta Bianca, si potrebbe leggere lo scontro non tanto come un semplice diverbio tra due persone, ma come il simbolico conflitto tra due modi di stare al mondo: da un lato, l’empatico (Iacchetti) che cerca di comprendere, ascoltare, mantenere un’etica della relazione. Dall’altro, il narcisista (almeno in senso culturale, Mizrahi), centrato su sé stesso, proteso a dominare la scena, pronto a svalutare l’altro per affermare il proprio potere comunicativo.

Attenzione, non vogliamo fare diagnosi cliniche né giudicare le persone coinvolte, ma cogliere ciò che simbolicamente rappresentano. In questo caso, Iacchetti incarna un modello relazionale ormai raro nei media; Mizrahi, invece, un modo sempre più dominante di comunicare e di imporsi: provocatorio, divisivo, spesso disumanizzante.

La cultura in cui siamo immersi premia tratti narcisistici: visibilità, successo personale, competizione, dominio. In una società così orientata l’empatia viene svalutata come debolezza, l’altro non è un soggetto da incontrare, ma uno strumento da usare o un ostacolo da eliminare e l’abuso, psicologico, relazionale, sociale, diventa sistemico, normalizzato, persino applaudito.

In questo senso, lo scontro televisivo diventa un microcosmo di una società più ampia dove il narcisismo non è solo un disturbo individuale, ma un modello di potere che si infiltra ovunque: nei media, nei rapporti affettivi, nella politica e, tragicamente, anche nei conflitti internazionali.

Arriviamo così al cuore più duro della riflessione, può una guerra essere letta come un abuso narcisistico su scala collettiva? Prendiamo il conflitto tra Israele e Palestina. Non si tratta semplicemente di uno scontro territoriale, ma di un conflitto intriso di decenni di narrazioni contrapposte, disumanizzazione dell’altro, negazione del diritto stesso a esistere.

In questo quadro il riconoscimento reciproco scompare. L’altro viene ridotto a nemico assoluto, privo di volto umano. Si agisce non per difesa, ma per autoaffermazione assoluta, in un’escalation dove la violenza perde ogni giustificazione etica. Come nel narcisismo patologico, il dolore dell’altro non ha peso, solo la propria “verità” ha diritto di esistere. E così, la guerra, che potrebbe, e dovrebbe, avere un’etica, delle regole, dei limiti, si trasforma in un abuso cieco, narcisisticamente giustificato.

Torniamo quindi a quello scontro televisivo. Forse, nel suo piccolo, ci mostra una scelta di campo dove possiamo continuare a vivere in una cultura che idolatra il potere, la prestazione, l’ego ipertrofico, oppure possiamo provare a recuperare la cura, l’ascolto, la compassione, anche a costo di apparire fragili o “fuori moda”.

Questa scelta, in fondo, riguarda tutti noi. Nelle relazioni personali, nel modo in cui guardiamo al mondo, nel modo in cui rispondiamo al dolore altrui. E in un’epoca dominata dal narcisismo, essere empatici diventa un atto rivoluzionario. Non una debolezza, ma resistenza etica. È affermare che l’altro esiste, che non tutto è potere, che non tutto è immagine, che la vita umana non può essere ridotta a un palcoscenico.

E forse, partendo da un talk show, possiamo imparare a leggere i segni di qualcosa di molto più grande: una battaglia silenziosa tra l’umano e il disumano.

Sta a noi decidere da che parte stare.

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