Studente è la parola che meglio riassume una vicenda che, a distanza di oltre quattro anni, continua a interrogare la coscienza giuridica e civile del Paese. Studente era Valerio Tellenio quando, nel maggio 2021, nel pieno dell’emergenza Covid, venne trattato non come un ragazzo che esprimeva dissenso, ma come un soggetto da neutralizzare. Oggi la Corte di Cassazione ha messo fine a quella che può essere definita senza mezzi termini una grave ingiustizia: il Trattamento sanitario obbligatorio disposto nei suoi confronti è stato dichiarato nullo.
La decisione della Suprema Corte non è solo una riabilitazione personale, ma una sonora bocciatura delle scelte compiute allora da istituzioni che, anziché tutelare diritti fondamentali, hanno preferito la scorciatoia della repressione. Valerio aveva 18 anni e contestava l’obbligo della mascherina in classe. Un dissenso forse scomodo, certamente clamoroso nel gesto – incatenarsi al banco – ma che rientrava nell’alveo della protesta, non della patologia. Eppure, in un clima di paura e rigidità, quel gesto fu trasformato in un presunto problema psichiatrico.
La Cassazione è netta: manifestare idee anticonvenzionali non è una malattia mentale. Un principio elementare, che tuttavia nel 2021 fu ignorato. Ancora più grave, sottolineano i giudici, è il fatto che la diagnosi iniziale formulata al pronto soccorso non sia stata confermata dal reparto di psichiatria dove il ragazzo venne ricoverato. Nonostante ciò, il TSO fu portato avanti, come se servisse a punire un comportamento ritenuto inaccettabile, anziché a curare una reale condizione clinica.
Non era malattia, era protesta: annullato il TSO allo studente
È qui che emerge il punto più inquietante: il TSO, misura estrema che limita la libertà personale, è stato usato come strumento improprio di controllo sociale. Non per proteggere Valerio, ma per sedare un conflitto. La stessa Cassazione evidenzia come eventuali profili disciplinari o penali – peraltro caduti, vista l’assoluzione dall’accusa di turbativa di pubblico servizio – non possano mai giustificare un trattamento sanitario obbligatorio.
A rendere il quadro ancora più grave è il mancato ascolto preventivo del ragazzo. In un caso così delicato, Valerio avrebbe dovuto essere sentito, non esautorato. Invece, la sua voce è stata ignorata, schiacciata da valutazioni frettolose e da un clima emergenziale che ha giustificato quasi tutto.
Questa sentenza arriva tardi, ma arriva. E pone una pietra miliare: durante la pandemia sono stati superati limiti che non avrebbero mai dovuto essere valicati. Valerio Tellenio è stato vittima di un sistema che ha confuso il dissenso con la devianza. Oggi la giustizia ristabilisce la verità dei fatti. Resta però una domanda aperta: quante altre storie simili non hanno ancora trovato riparazione?

