Cosa accadde davvero nei giorni caldi della protesta No Green Pass?
In quei giorni caldi dell’ottobre 2021, a Trieste, ero presente anche io. Giorni intensi, carichi di tensione e speranza. Fu lì che compresi che qualcosa non tornava. Le dinamiche, i retroscena, le reazioni dei media: tutto lasciava intuire che dietro la superficie di quella protesta ci fosse molto di più.
Mi imbattei allora nel racconto di Ugo Rossi, che aveva vissuto in prima persona il periodo precedente agli eventi di Trieste, contribuendo a organizzare le prime azioni di disobbedienza civile. Ascoltandolo, capii che quella storia meritava di essere analizzata in profondità, e decisi di realizzare un documentario: “Trieste, l’occasione mancata”.
Oggi, a quattro anni di distanza, Ugo Rossi, portavoce per il Friuli Venezia Giulia di Insieme Liberi, ha scelto di riproporre questa inchiesta affinché il pubblico possa comprendere cosa sia realmente accaduto. Perché quella fu, senza dubbio, un’occasione persa, un momento in cui il dissenso avrebbe potuto avere una voce decisiva, e invece si è frantumato.
Ma torniamo all’estate del 2021 quando Trieste divenne uno dei principali centri di mobilitazione contro il Green Pass. Da varie realtà locali, movimenti civici, associazioni, attivisti e cittadini comuni, nacque il Coordinamento No Green Pass, un gruppo orizzontale che univa persone di diversa provenienza politica e sociale, accomunate dal rifiuto delle restrizioni e dalla difesa dei diritti costituzionali.
Fin dall’inizio il coordinamento si caratterizzò per la sua impostazione “no leader”: nessuna figura carismatica o rappresentante unico, ma un processo decisionale collettivo, basato su assemblee pubbliche e sulla condivisione di ogni scelta.
Questo approccio, ispirato ai principi della democrazia diretta, divenne uno degli elementi più distintivi del movimento triestino e contribuì ad attrarre migliaia di persone da tutta Italia. In poco tempo la città vide crescere una partecipazione popolare senza precedenti: piazze gremite, cortei che arrivarono a contare migliaia di manifestanti, e una rete di cittadini determinati a difendere i principi di libertà e dignità del lavoro.
Nel settembre 2021 i lavoratori del porto di Trieste, una delle categorie più simboliche e organizzate, decisero di aderire ufficialmente al coordinamento. In assemblea approvarono una linea dura: blocco del porto a oltranza finché non fosse stato ritirato l’obbligo di Green Pass.
Il 15 ottobre, data di entrata in vigore del Green Pass obbligatorio sui luoghi di lavoro, al Varco 4 del porto si radunarono migliaia di persone. La protesta, però, non si configurò come un blocco totale: i lavoratori in sciopero paralizzarono di fatto l’attività, ma il presidio restò aperto.
Nei giorni successivi cominciavano ad emergere divisioni interne quando un comunicato diffuso dal CLPT, il Coordinamento Lavoratori Portuali di Trieste, invitava i manifestanti a sciogliere il presidio, generando sconcerto e tensione.
In seguito si parlò di trattative politiche a Roma, promosse da esponenti di movimenti parlamentari come Alternativa e Italexit, con la proposta di tamponi gratuiti per i portuali. Per molti partecipanti, questo segnò l’inizio della frattura: una mobilitazione nata come simbolo di libertà collettiva sembrava trasformarsi in una trattativa di categoria.
Nelle prime ore del 18 ottobre 2021 la tensione raggiunse il culmine. Nonostante rassicurazioni della vigilia, le forze dell’ordine intervennero per sgomberare il presidio al Varco 4. L’azione fu decisa e violenta: idranti e cariche dispersero centinaia di manifestanti.
Le immagini fecero il giro del mondo e suscitarono indignazione e interrogativi sulla gestione dell’ordine pubblico. Subito dopo lo sgombero, un corteo spontaneo si mosse verso il centro di Trieste, diretto inizialmente al Varco 1, ma venne deviato in Piazza Unità d’Italia, dove alcuni rappresentanti incontrarono il commissario di governo e il ministro Stefano Patuanelli.
Da quegli incontri nacquero nuovi dissidi, e nei giorni seguenti si formarono nuovi comitati, decretando di fatto la dissoluzione del coordinamento originario.

A quattro anni di distanza, molti protagonisti di quella mobilitazione sono ancora coinvolti in procedimenti giudiziari per i fatti del porto. Ma al di là degli esiti processuali, ciò che resta è la consapevolezza di aver vissuto uno spartiacque nella storia del dissenso italiano.
La protesta di Trieste rappresentò un momento di straordinaria partecipazione e, al tempo stesso, un esempio di come le dinamiche mediatiche e politiche possano dividere e neutralizzare un movimento popolare.
Secondo molti osservatori, fu proprio in quei giorni che il potenziale di un fronte unitario per la libertà si frantumò, lasciando spazio a protagonismi e manipolazioni esterne. Il mio docufilm “Trieste, l’occasione mancata”, realizzato in tono giornalistico, pur non essendo io un giornalista, con la collaborazione di Alice Lazzari, nasce con l’obiettivo di riportare i fatti al centro, offrendo una ricostruzione indipendente basata su documenti, testimonianze e analisi dirette.
Non è un’opera contro qualcuno, ma per la verità. Un’indagine che vuole riaccendere la memoria e stimolare la riflessione: perché solo comprendendo a fondo gli errori del passato si può evitare di ripeterli.
Colgo l’occasione per invitare tutti i protagonisti coinvolti a illuminare le zone d’ombra di una vicenda che ha segnato profondamente il movimento del dissenso in Italia. Una lezione che ci ricorda quanto sia fragile il confine tra il risveglio collettivo e la sua manipolazione.
Guarda il documentario “Trieste, l’occasione mancata” e fatti un’idea più completa dei fatti.

