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Famiglia bosco

Sulla vicenda dei bambini sottratti fermiamoci e prendiamo un bel respiro.

di Alessandro Amori

La notizia è di poche ore fa, il giudice ha deciso di togliere i bambini alla coppia di stranieri che hanno scelto di crescere i loro tre figli nel bosco in Abruzzo, dopo aver sospeso la patria potestà, disponendo il loro trasferimento in una casa famiglia dove la madre può restare vicino a loro, pur senza poter condividere la stessa stanza.

Quello che voglio fare con questo articolo è offrire un punto di vista alternativo rispetto a quello che siamo portati a provare istintivamente. Perché soprattutto quando si è genitori, e ancor di più quando si sono fatte scelte educative diverse, come non vaccinare o optare per una scuola parentale, la prima reazione è l’indignazione, la paura, la rabbia. Io le ho provate tutte, è comprensibile: si immagina subito che una cosa del genere potrebbe accadere anche ad altri, forse anche a noi.

E diventa ancora più facile farsi trascinare dallo sconforto quando si scopre che la decisione dell’allontanamento è stata presa da una giudice donna. Un elemento simbolico, che richiama un archetipo antico, la strega matrigna che mangia i bambini, già emerso in altre occasioni, la legge Lorenzin vi ricorda qualcosa?

Eppure dobbiamo fare lo sforzo di riconoscere che è la nostra psiche collettiva a muoversi così, non la realtà dei fatti. E i fatti partono dal comportamento del padre, Nathan. Mentre la loro casa nel bosco restava immersa nel silenzio della notte, lui era lì, da solo, a tentare di comprendere ciò che era appena successo. Chi era presente racconta di un uomo che sembrava come attraversato da un colpo improvviso: non urlava, non cercava colpevoli, ma era evidente che qualcosa di essenziale gli era stato sottratto.
Quell’immagine, un padre lasciato solo nella loro casa tra gli alberi, dice moltissimo. Dice la misura di un dolore composto ma profondissimo, di una ferita che non riguarda solo l’affetto, ma anche la dignità del suo ruolo.

Questo è il motivo per cui, invece di reagire d’impulso alimentando il sistema narcisistico che si nutre delle nostre reazioni emotive, possiamo prendere esempio da Nathan: dalla sua compostezza, dalla sua capacità di restare centrato pur nella sofferenza.
Forse ciò che sta accadendo ha anche il valore di mostrarci come funzionano davvero questi meccanismi.
Questa famiglia è stata criticata per essersi esposta pubblicamente con interviste e video. Ma perché avrebbero dovuto nascondersi? Anzi, credo che sia questa esposizione che permette oggi a tanti di osservare da vicino come opera il sistema degli allontanamenti, un fenomeno che non nasce certo ora, ma che prosegue da anni e anni.

Per questo dovremmo riconoscere che ciò che sta accadendo è lo specchio di qualcosa di più grande, che finalmente diventa visibile.
E dal profondo del cuore, sento che dobbiamo ringraziare Nathan e la sua famiglia per essersi trovati, loro malgrado, in questo ruolo: quello di scuotere le coscienze, di risvegliare domande, di riportare l’attenzione su un tema troppo spesso ignorato.

Ora però tocca a noi.
Facciamo un respiro profondo, centriamoci, e orientiamoci verso le soluzioni possibili. Una di queste è la manifestazione organizzata a Roma sabato 6 dicembre 2025, dalle 14 alle 16, in Piazza Santi Apostoli: un presidio pacifico a sostegno della libertà educativa e del diritto dei bambini a crescere con la propria famiglia, senza allontanamenti non giustificati, nel pieno rispetto della legge e della tutela dei minori.

È il momento di sostenere le famiglie che scelgono stili di vita alternativi, di proteggere ciò che è più fragile e più importante, i nostri figli e il futuro di questo paese.

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