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vaccini

Vaccini, metà degli italiani diffida: lo studio che smonta la narrazione ufficiale

di Carmen Tortora

A quanto pare il problema non sono più i vaccini, ma le persone che non bevono più la favola. Quasi un adulto su due in Italia guarda alle vaccinazioni con sospetto, e la cosa viene presentata come una scoperta scientifica, quando è semplicemente la conseguenza logica di anni di comunicazione arrogante, politicizzata e calata dall’alto.

Lo studio – pubblicato su The Lancet Regional Health – Europe  e coordinato dall’Università di Torino, si basa su un campione enorme: oltre 52.000 adulti, intervistati tra il 2024 e il 2025. Dati solidi, metodologia robusta, fotografia impietosa. La diffidenza non è marginale, non è folkloristica, non è limitata a “complottisti” da social network: è trasversale, strutturale, radicata.

Gli autori si affrettano a spiegare che non è più (solo) una questione di sicurezza dei vaccini, ma di comunicazione inefficace del loro valore. Traduzione non scientifica: la gente non si fida più delle istituzioni. E come potrebbe, dopo anni di messaggi contraddittori, imposizioni emergenziali, moralismo sanitario e demonizzazione sistematica del dissenso?

Il dato interessante è che l’esitazione cresce dove manca un sostegno esplicito di figure di riferimento: medici, insegnanti, leader religiosi. Non perché queste figure siano “poco persuasive”, ma perché anch’esse sono state logorate, screditate o trasformate in megafoni burocratici. Se il medico diventa un passacarte ministeriale e l’insegnante un ripetitore di slogan, la fiducia evapora.

Vaccini, metà Paese non si fida più

Lo studio insiste sulla necessità di strategie più “inclusive”, più granulari, più comunitarie. Parole eleganti per dire che il vecchio modello OMS-style – campagne centralizzate, linguaggio tecnocratico, colpevolizzazione dei cittadini – non funziona più. E infatti ora si parla di “reti di prossimità”, “leader locali”, “depoliticizzazione”. Curioso: esattamente ciò che è stato distrutto negli ultimi anni.

Il quadro che emerge è paradossale ma chiarissimo: le istituzioni sanitarie riconoscono che la sfiducia è il vero virus, ma continuano a trattarla come un problema di marketing, non di credibilità. Vogliono ripensare le strategie, non fare autocritica. Coinvolgere comunità, sì, ma senza rimettere in discussione il rapporto di potere che le ha alienate.

In sintesi: metà Paese non si fida più, e la risposta è “comunichiamo meglio”. Non “abbiamo sbagliato”, non “ricostruiamo responsabilità”, ma “spieghiamoglielo meglio”. Il piano non è convincere con la verità, ma intortare con nuove narrazioni. E se non funziona nemmeno questa volta, la colpa – scommettiamo – sarà ancora dei cittadini.