La seconda udienza del processo che vede imputata Maria Grazia Piccinelli, presidente del Comitato Fortitudo, si è tenuta questa mattina al Tribunale di Cremona, dopo la cosiddetta udienza filtro prevista dalla riforma Cartabia. La vicenda riguarda i fatti del 30 maggio 2022, durante un comizio pubblico dell’allora presidente del consiglio Giuseppe Conte in piazza Duomo a Crema.
Quel giorno la Piccinelli venne fermata dagli agenti e successivamente accusata di resistenza a pubblico ufficiale e calunnia nei confronti del vicequestore aggiunto Bruno Pagani, responsabile della sicurezza dell’evento.
Secondo la ricostruzione di Maria Grazia, lei e tre membri del direttivo del Comitato Fortitudo sarebbero arrivati in piazza alle 20:00. Lì, racconta, alcuni agenti della Digos avrebbero segnalato la sua presenza al vicequestore Pagani, che si sarebbe avvicinato senza distintivo e senza identificarsi, avvertendola che alla prima parola l’avrebbe condotta in questura e arrestata.
Da quel momento sarebbe stato creato un cordone di sicurezza con spostamento di transenne e rinforzi, impedendole per oltre un’ora di avvicinarsi al palco. Una limitazione che, nella lettura dell’imputata, avrebbe violato i suoi diritti costituzionali di libera manifestazione del pensiero e libera circolazione. Dopo un’ora di tensione, nel tentativo di avanzare, sarebbero nate spinte e momenti concitati: è qui che si colloca l’episodio da cui nasce la contestazione della resistenza a pubblico ufficiale.
Il Pubblico Ministero, nella requisitoria, aveva chiesto una condanna a un anno e mezzo (o un anno e sette mesi, secondo quanto ricorda l’imputata) per resistenza, un risarcimento di 30.000 euro in favore del vicequestore Pagani e una condanna per calunnia, sostenendo che la Piccinelli gli aveva attribuito comportamenti violenti mai avvenuti.
La difesa ha depositato documenti prefettizi del 2023 in cui si attesterebbe, secondo la Piccinelli, un suo comportamento sempre corretto e non belligerante nelle precedenti manifestazioni.
La sentenza
La sentenza ha ribaltato una parte consistente dell’impianto accusatorio e Maria Grazia è stata assolta con formula piena dall’accusa di calunnia “perché il fatto non sussiste”, facendo decadere la richiesta di risarcimento civile. Per la resistenza a pubblico ufficiale è invece arrivata una condanna a 7 mesi, molto inferiore rispetto alla richiesta della Procura, oltre al pagamento di 2.500 euro all’avvocato della parte lesa e 2.000 euro al vicequestore Pagani. La presidente del Comitato Fortitudo ha già annunciato ricorso alla Corte d’Appello di Brescia, ricordando che, fino alla sentenza definitiva, non può essere considerata colpevole.
Il caso di Maria Grazia, al di là degli aspetti penali che l’appello sarà chiamato a riesaminare, pone un interrogativo più ampio sul rapporto tra cittadini, libertà di espressione e gestione dell’ordine pubblico. Una domanda che circola non solo tra i sostenitori dell’imputata, ma anche in parte dell’opinione pubblica: viviamo pienamente in uno Stato di diritto, o in uno Stato di polizia?
Per chi osserva la vicenda, la battaglia di Maria Grazia Piccinelli non si limita alla sua posizione processuale, ma assume un valore simbolico: richiama l’attenzione sulla necessità di tutelare il dissenso, la libertà di parola e il diritto di accedere agli spazi pubblici senza timore di compressioni ingiustificate. Una questione che dovrebbe preoccupare, o almeno interrogare, tutto il panorama del dissenso politico e sociale, indipendentemente dalle posizioni personali.
Con l’appello ormai imminente, il dibattito travalica le aule del tribunale e coinvolge la collettività: la difesa delle libertà civili non è un tema privato né settoriale, ma un bene comune. E quando viene percepita come messa in discussione anche per una sola persona, riguarda inevitabilmente tutti.
