Medici incentivati con bonus economici a ridurre le prescrizioni di esami specialistici: succede a Modena, dove l’Ausl ha siglato un accordo che prevede fino a 1.800 euro di premio per quei professionisti che, nel 2025, manterranno sotto una soglia prestabilita il numero di richieste di visite ed esami rispetto all’anno precedente. Un sistema che, nel nome dell’“efficienza”, rischia di trasformare l’atto medico in un calcolo di convenienza.
Il meccanismo è semplice: meno prescrizioni = più soldi in busta paga. Un incentivo di 1,20 euro per assistito, fino a un massimale che premia chi riesce a “contenere” la domanda di esami specialistici. Dal punto di vista teorico, l’intento sarebbe quello di evitare abusi o esami inutili. Ma nella pratica, apre una questione etica enorme: un medico che sa di essere premiato se prescrive meno, sarà ancora libero di decidere secondo scienza e coscienza? Oppure si sentirà spinto – anche inconsciamente – a tagliare richieste per non perdere il bonus?
Le prestazioni coinvolte non sono marginali: TAC, risonanze, gastroscopie, colonscopie, visite specialistiche in pneumologia, cardiologia, dermatologia, otorinolaringoiatria, oculistica. Non stiamo parlando di controlli di routine, ma di strumenti diagnostici spesso fondamentali per individuare patologie serie, in molti casi in fase precoce.
Medici, bonus per prescrivere meno esami: quando la sanità entra nella logica dei premi a cottimo
E qui nasce la vera domanda: chi decide cosa è “inutile”? Fino a ieri, la risposta era evidente: il medico che, visitando il paziente, valuta se un approccio diagnostico sia necessario o meno. Oggi, la condizione si ribalta: il medico diventa un ingranaggio in un sistema di gestione della spesa, e viene di fatto premiato per NON fare ciò che la medicina richiederebbe.
Lo abbiamo già visto: incentivi ai pediatri che vaccinano più bambini, come se il rispetto delle linee guida fosse un esercizio di produttività, un target da raggiungere, non una cura calibrata sul bambino. Adesso lo schema si ripete: spingi, incentiva, premia chi si allinea e riduce. Non conta più il paziente, conta l’indicatore.
I sindacati di categoria lo dicono chiaramente: una valutazione a tavolino non potrà mai tener conto delle reali differenze tra pazienti, territori, patologie croniche. Fratelli d’Italia e Forza Italia chiedono alla Regione un intervento, ma nulla toglie il paradosso di fondo: la sanità pubblica che invece di investire, taglia. E non lo fa dichiarandolo, ma delegando al medico il ruolo di “filtro economico”, anziché di cura.
Perché la medicina – quella vera – non è un gioco al ribasso. Non funziona a obiettivi di spesa. E quando la salute diventa una gara a premi, smette di essere un diritto.
