La simulazione “Pegasus” è andata in scena tra settembre e novembre 2025, spacciata come la più grande esercitazione pandemica degli ultimi anni. In realtà, è stata l’ennesima prova generale di ciò che le istituzioni britanniche sembrano incapaci di abbandonare: un feticismo per i lockdown che ha preso il posto della sanità pubblica e del buon senso. Cambiano i nomi dei virus, cambiano le isole immaginarie, cambiano perfino le vittime designate – questa volta i bambini – ma la soluzione resta sempre la stessa: chiudere il Paese e chiamarlo prudenza.
Il virus fittizio scelto per l’occasione, un enterovirus letale ribattezzato EV-D68, è stato dipinto come un flagello perfetto: arresto respiratorio, edema cerebrale, paralisi nei neonati. Insomma, abbastanza orrore per giustificare qualunque misura. E infatti la risposta simulata è stata una fotocopia grottesca del 2020: scuole serrate, attività commerciali azzoppate, restrizioni di viaggio, mascherine ovunque e ospedali già dichiarati al collasso. Manca solo la caccia al runner nei parchi, ma forse quella arriverà nella prossima esercitazione.
La parte comica – si fa per dire – è che il governo britannico, dopo aver ammesso nei suoi stessi rapporti ufficiali che i lockdown del 2020 hanno devastato soprattutto i più piccoli, decide di “proteggere l’infanzia” paralizzandola di nuovo. Come se le ferite di un’intera generazione fossero solo un fastidio statistico da archiviare per far spazio alla nuova sceneggiatura. E mentre la Svezia e molti Paesi del Sud globale hanno dimostrato che si può gestire una pandemia senza trasformare il Paese in una caserma, Londra recita ancora il monologo dell’isolamento totale come se fosse l’unica prova di serietà.
Pegasus non rivela nulla sui virus emergenti, ma dice tutto sul sistema politico che lo ha orchestrato
Pegasus è stata dichiarata un’emergenza nazionale di livello 1, mobilitando ministeri, governi devoluti e il Cabinet Office. Una mobilitazione imponente che avrebbe potuto essere l’occasione per dimostrare di aver imparato qualcosa. E invece no. È bastata un’isola inventata, un festival gastronomico contaminato e un bambino morto nella narrativa ufficiale per tornare a fare quello che riesce meglio: chiudere tutto e sperare che nessuno si accorga della ripetizione.
La simulazione è talmente fedele al copione originario da risultare imbarazzante: dichiarazione di pandemia da parte dell’OMS, trasmissione asintomatica “da non escludere”, proteste di piazza calibrate come in un videogioco, persino il timore di carenze alimentari se i maiali britannici dovessero ammalarsi. È l’intero arsenale del panico, lucidato e riproposto come fosse una novità. E proprio quando ci si aspetterebbe almeno un briciolo di trasparenza, l’Autorità britannica per la Sicurezza Sanitaria si rifugia nel silenzio: i risultati arriveranno “nel nuovo anno”. Esattamente la stessa opacità che ha caratterizzato la gestione reale del 2020.
Sir Peter Horby ha chiesto se qualcosa sia cambiato dopo il caos del Covid. Pegasus risponde al posto di tutti: non è cambiato assolutamente nulla. Londra non ha usato la simulazione per migliorare i sistemi di risposta, ma per riaffermare la propria devozione al lockdown come panacea universale. Non si prepara a una pandemia: si prepara a ripetere la gestione catastrofica della precedente.
È un test, sì, ma non delle capacità sanitarie: è un test di obbedienza. Una prova generale per verificare quanto velocemente e senza domande si potrebbero reimporre le stesse restrizioni, se mai dovesse presentarsi un nuovo pretesto. E alla fine, la domanda non è se un virus simile possa comparire davvero, ma quanto ci metteranno a trasformare la prossima “simulazione” in realtà.

