C’è una linea sottile tra ciò che la nostra epoca normalizza e ciò che, sotto la superficie, rivela una sofferenza profonda. Luca Littarru, classe 1974, laureato all’Università di Pavia e con una lunga esperienza nella psichiatria territoriale e ospedaliera, questa linea l’ha osservata per trent’anni da una prospettiva privilegiata. Specializzato in Management Sanitario, ha coordinato alcune delle più importanti unità psichiatriche multidisciplinari della Lombardia, tra cui il Dipartimento di Salute Mentale di Pavia, l’Ospedale San Carlo Borromeo di Milano e il Fatebenefratelli di San Colombano al Lambro.
La sua esperienza tocca ogni livello della salute mentale: strutture residenziali, centri ospedalieri, centri diurni, appartamenti protetti e servizi per minori, fino alla direzione di strutture psichiatriche destinate a pazienti autori di reato. Attualmente lavora nella provincia di Parma come case manager sanitario e accompagna persone che hanno vissuto traumi relazionali e abusi, in particolare abusi narcisistici, in percorsi evolutivi e psicoeducativi che restituiscano loro voce, senso e dignità.
È proprio da questa immersione quotidiana nella complessità umana, nella fragilità e nelle zone d’ombra dei legami, che nasce La truffa di Narciso, un saggio che sottrae il narcisismo alla semplificazione virale dei social e lo riporta nel suo spessore clinico, antropologico e relazionale. Littarru osserva il narcisismo prima che diventasse hashtag, prima che si trasformasse in etichetta inflazionata: lo ha visto mutare nei giovani degli anni ’90, nelle famiglie, nei modelli culturali che hanno celebrato la grandiosità e cancellato la vulnerabilità, fino all’impatto dirompente dei social network, palcoscenico permanente di un Sé frammentato.
Nell’intervista che segue, lo psichiatra analizza ciò che definisce “la truffa” e “la trance” narcisistica: un inganno psicologico che si costruisce nella fase del love bombing, una manipolazione profonda che non si riconosce perché parla la stessa lingua della nostra epoca. Racconta come la relazione con un narcisista non sia soltanto tossica, ma ipnotica; come la vittima rimanga intrappolata in un sistema di illusioni che riproduce, nei meccanismi, la dinamica dell’ipnosi clinica. E affronta una domanda che tocca tutti: è davvero possibile uscirne? E, più ancora, può una società intera riconoscere e superare la propria deriva narcisistica?
Con un linguaggio che intreccia rigore clinico e profondità narrativa, Littarru ci invita a guardare il narcisismo non come una moda diagnostica, ma come una ferita antica che oggi, semplicemente, non può più essere ignorata. E ci ricorda che l’unico antidoto non è moralistico, ma umano: recuperare il senso del limite, del tempo, della fragilità. Perché solo chi accetta di guardare ciò che fa male può davvero uscire dalla trance narcisistica, come individui e come collettività.
Littarru il tuo lavoro clinico ti ha permesso di osservare da vicino dinamiche relazionali complesse, vissuti profondi e sofferenze spesso invisibili dall’esterno. È da questa esperienza concreta che nasce anche il tuo libro, che propone una lettura del narcisismo molto più lucida e meno stereotipata di quella che spesso circola online. Come il tuo percorso professionale ti ha portato ad approfondire il tema del narcisismo e a scrivere La truffa di Narciso?
Ho iniziato le osservazioni cliniche alla fine degli anni 90, nei Dipartimenti di neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza. In quegli anni, erano due i fenomeni clinici che maggiormente emergevano tra i giovani: i disturbi di personalità borderline e i disturbi del comportamento alimentare, in particolare dell’anoressia. Vi erano, in questi due disturbi, alcune caratteristiche comuni: la difficoltà di regolazione emotiva, la difficoltà nel gestire la vergogna e il fallimento, il bisogno di conferma costante e la fragilità dell’identità. Peraltro, spesso i due disturbi erano associati in un’unica persona. Nel disturbo borderline di personalità e nei disturbi del comportamento alimentare, soprattutto anoressia restrittiva, il corpo diventa il principale strumento di regolazione dell’identità e di controllo: la bellezza è una maschera che protegge dalla vergogna profonda, la magrezza (che negli anni 90 era sdoganata come valore dai media) è un confine che difende dalla paura del rifiuto e dell’invasione, ed il corpo, quindi l’immagine di Sè, diventa l’unica realtà controllabile quando il Sé più autentico è troppo instabile. E’ fondamentale osservare come nel DSM, il Manuale diagnostico e statistico in psichiatria, non esisteva, alla fine degli anni 90, il concetto di narcisismo covert. Ho come la sensazione che molti di quegli adolescenti cullassero in sé i primi tratti covert, con una fondamentale differenza: mentre i covert eterodirigono, ovvero dirigono verso l’esterno, le loro azioni distruttive, in quegli anni la direzione dell’azione distruttiva era autodiretta, e questo in particolare nel disturbo del comportamento alimentare. Elementi come la vergogna primaria, l’identità fragile, la grandiosità latente, l’ipercontrollo come difesa dal vuoto interno, l’evitamento dell’intimità autentica, l’oscillazione tra autovalutazione e idealizzazione del Se’ sono elementi che troviamo anche nel narcisismo covert. Chiaramente, non tutte le persone affette da anoressia o da disturbo border di personalità sono gravemente narcisiste, ma certamente tutte loro hanno subito una profonda ferita narcisistica nell’infanzia che si è mostrata, poi, in disturbi con prevalenze diverse. Nei successivi 20 – 25 anni, nei servizi di salute mentale ho notato come le forme psicotiche sono non dico scomparse, ma certamente si sono adombrate alla nostra osservazione, in luogo di un emergere sempre più costante di tutti i disturbi di personalità e, tra queste, del disturbo narcisistico. E’ come se, ad un certo punto, il sistema sociale occidentale avesse dato la possibilità all’autodirezione del disturbo di eterodirigersi, in particolare grazie all’evento dei social network. Il narcisismo sembrava emergere ovunque: tra ex partner certamente, ma anche nei genitori delle persone con disturbo borderline, ad esempio, oppure nelle persone con disturbo antisociali di personalità. Tra le varie strutture che ho coordinato, mi sono occupato di pazienti autori di reato: tra questi, al netto degli psicotici che commettevano reati poiché disturbati da deliri e allucinazioni, ho osservato moltissimi narcisisti, overt e covert, che avevano commesso molteplici reati, quali minacce, violenze sessuali, reati contro il patrimonio ecc. Negli ultimi anni, iniziando a divulgare in video le mie osservazioni sul narcisismo, ho ricevuto moltissime mail e contatti, con richieste d’aiuto, di consulenze, di sostegno: da qui nasce il libro, che è il frutto di quei video ulteriormente sviluppati in 89 focus mai pubblicati, dove approfondisco tematiche precise derivanti dalla trattazione di ciascun capitolo.
Negli ultimi anni il narcisismo è diventato un argomento onnipresente: social, video virali, talk show. Sembra essere entrato nel linguaggio comune, spesso con un uso impreciso o riduttivo. Eppure, i tratti narcisistici non sono certo una novità. Cosa è cambiato oggi per portare il narcisismo così al centro dell’attenzione pubblica? Si tratta di una moda culturale o di un fenomeno realmente in crescita?
Onestamente, per gli elementi che ho, non credo sia un fenomeno in crescita: piuttosto, ritengo che i mutamenti sociali abbiano slatentizzato, ovvero reso manifesto, il fenomeno del narcisismo. È fondamentale chiarire una cosa: il narcisismo, come giustamente affermi, non è nato oggi. Non è una moda e non è un prodotto dei social: semmai i social ne sono megafono ed ente preposto ad autorizzarlo e per certi versi a giustificarlo, rendendolo quindi “normalizzato”. Ma certamente, il narcisismo non è nato oggi. Freud ne parlava già nel 1914, Jung parlava dell’“inflazione dell’Io”, Lowen negli anni ’80 descriveva il “narcisismo corporeo”, cioè la maschera energetica che copre la fragilità emotiva. Quindi non è aumentato: si è solo trasformato. Nelle famiglie degli anni ’70, fino alla fine degli anni ’80, il narcisismo era invisibile perché
coincideva con l’educazione stessa. Il modello dominante era caratterizzato da autorità gerarchica, adultocentrismo, scarsa espressione emotiva, disciplina come valore centrale, nonché il “non disturbare”, “non sentire”, “non chiedere”. Il genitore era sempre nel giusto, non tollerava contestazioni, non riconosceva i bisogni emotivi del figlio e reagiva con autorità o disprezzo alla fragilità del bambino. La grandiosità era normativa: in genere il padre autoritario, inflessibile, che decideva tutto e la
madre che non poteva esprimere vulnerabilità. Qualche volta, i ruoli genitoriali si scambiavano. La famiglia era una micro-monarchia: era narcisismo, ma si chiamava “educazione” e il bambino non veniva visto, contenuto, riconosciuto. Queste ferite hanno prodotto futuri narcisisti, che reagivano con corazza covert e onnipotenza
overt, e futuri dipendenti affettivi, che reagivano con sottomissione e bisogno spasmodico d’amore. Come dico chiaramente nel libro, nel capitolo che tratta il rapporto tra genitori e figli in una relazione narcisistica, narcisismo e dipendenza sono la stessa ferita declinata in modo opposto. Negli anni ’80 arrivano il boom economico, il consumismo, l’estetizzazione della vita, l’idea del “diventare qualcuno” dove il corpo e la carriera diventano l’identità. La famiglia si sposta da autoritaria a prestazionale: il figlio diventa il “biglietto da visita” della famiglia stessa. Si esalta la perfezione: i voti, l’estetica, il comportamento impeccabile. Non si tollera il fallimento e si confonde l’amore con la performance. È l’epoca dell’“immagine”, e il narcisismo diventa meno autoritario e più competitivo. Il bambino vive un doppio messaggio: “Sei speciale…ma solo quando performi.” È il preludio del narcisismo covert, che diventerà evidente dal 2000 in poi. Per comprendere se un fenomeno patologico è in crescita, occorrerebbe affidarsi ai dati epidemiologici: mai, come nel caso del narcisismo, questa cosa è impossibile. Il narcisista, per sua natura sintomatologia, è egosintonico, cioè è sintonizzato in modo acritico sul proprio Io: ci tornerò più avanti, nelle risposte successive.
Il titolo del tuo libro utilizza due parole insolite e molto forti: “truffa” e “trance”. Non parli semplicemente di relazione tossica, ma suggerisci un inganno psicologico e una sorta di stato alterato della consapevolezza. Cosa rappresentano per te questi due termini e perché descrivono così bene la dinamica narcisista–vittima?
Conosciamo e concepiamo le truffe quando esse si instaurano su questioni come il denaro o su oggetti materiali, proprietà, case, investimenti ecc. Non siamo in grado, al contrario, di pensare ad una truffa quando si parla delle vicende d’amore: una relazione può andare bene o male, ma sembra impossibile che qualcuno ci possa truffare sui sentimenti in modo premeditato (per quanto, specialmente nei covert, scarsamente consapevole). Tuttavia, non è così per i narcisisti che trattano gli altri come oggetti o come fonti del loro rifornimento energetico. Nelle truffe classiche, il truffato si fida del truffatore, affida ad egli il suo denaro, il truffatore lo “usa” e poi svanisce nel nulla, con tutto il denaro che il truffato aveva investito. Non è così anche nelle relazioni con un narcisista? Chi la ha vissuta lo sa bene: nella fase del love bombing si cade nella trappola della fiducia e si affida al narcisista tutto il proprio amore. Il narcisista lo sfrutta fino in fondo per i suoi fini e poi svanisce nel nulla, lasciando la vittima nel craving emotivo e nel crollo psichico.Nel lavoro clinico quotidiano, mi accorgo come le vittime di narcisismo parlino con dolore della fase del gaslighting e dello scarto, cosa assolutamente comprensibile perchè sono in effetti le fasi più dolorose. Eppure tutto si gioca nella fase del lovebombing: come dico frequentemente nel libro, la truffa più grande che il narcisista ti abbia mai fatto è stato quello di farti credere di essere te. Questo avviene grazie al rispecchiamento, al mirroring come direbbero gli inglesi, ovvero quella fase in cui il narcisista sembra rispecchiare ed aderire perfettamente alle richieste e ai bisogni della vittima. La vittima, rispecchiandosi, crede di essere di fronte all’amore ideale: lì parte la fiducia, che nel lovebombing diventa autentica fede di salvezza verso chi poi distruggerà la vittima. Per questo è una truffa, è lì che il narcisista “ti presta” la sua mente e le sue emozioni, salvo poi ritirare ogni cosa quando sarà giunto il momento di andarsene. Il meccanismo della trance della vittima segue esattamente il filone della truffa. Come spiego diffusamente nel libro, sono 4 i punti in cui un ipnotista clinico si concentra per mandare in trance terapeutica il proprio assistito: fase della fiducia, presenza di stimoli “d’atmosfera”, linguaggio deliberatamente confusivo e arresa ad un esperienza che non è frutto di una scelta consapevole. Non è forse così anche nel ciclo narcisistico? La fiducia incondizionata nella fase del love bombing, gli stimoli d’atmosfera nel rispecchiamento quando il narcisista “presta” alla vittima la sua mente illudendola, il linguaggio deliberatamente confusivo che è perfettamente identificabile con la fase del gaslighting e l’arresa ad una esperienza non consapevole che è esattamente il frutto delle manipolazioni narcisistiche. Una domanda che ricorre in tutte le persone che ho seguito e che seguo, nessuna esclusa, è questa: ma come ho fatto a non accorgermi delle manipolazioni, delle falsità, delle menzogne del narcisista? Semplice, e al contempo tragico: eravate in trance. E quando la trance viene interrotta in modo improvviso, cosa può accadere nell’ipnotizzato? Nel libro, approfondisco tutti questi aspetti.
Descrivi spesso il narcisista come qualcuno che costruisce attorno a sé una prigione psicologica fatta di illusioni, paura del crollo, controllo e fragilità rimosse. Ma questa prigione non trattiene solo lui: intrappola anche la vittima, che finisce per colludere, spesso inconsapevolmente, con la visione del narcisista. In una dinamica così chiusa, chi ha davvero la chiave per rompere la gabbia? Qual è il ruolo della vittima e da chi può partire la possibilità concreta di interrompere questo ciclo relazionale?
Se il senso di grandiosità è una prigione illusoria, allora sì, il narcisista si pone in prigione. A volte, tuttavia, quella prigione sembra aderire alla definizione che dà Morfeus nel film Matrix: una prigione che non ha sbarre, che non ha mura, che non ha odore. Il narcisista non ha la più pallida idea che la realtà che lo circonda, che alimenta e costruisce, è la proiezione di un disturbo psichico. Una realtà che diventa maschera, e che costruisce e rimanda costantemente all’immagine del Falso Sè narcisistico. Per capirci, il narcisista sceglie sempre la pillola blu. Chi rompe davvero la gabbia, nella maggior parte dei casi, è proprio il narcisista. La gabbia della
relazione si rompe con lo scarto, nella maggior parte dei casi. Tuttavia, anche questa è una rottura illusoria poiché la vittima resta “agganciata” alla relazione: come spiego nel libro, lo scarto è improvviso e immotivato ed assomiglia ad una de-induzione traumatica dall’ipnosi. Tutti noi possiamo immaginarci come si possa sentire chi viene svegliato in modo improvviso da una ipnosi terapeutica. Così accade per la vittima, che vive di flashback e di una serie di “comandi post-
ipnotici” che la obbligano a restare agganciata al narcisista, con il conseguente desiderio della relazione, desiderio di quella “sostanza tossica” non diversa dal craving che provano i tossicodipendenti verso la droga. La gabbia è rotta, ma in modo unilaterale: è il narcisista che ha in mano il controllo. Qui però la vittima può davvero decidere di dissolvere quel mondo illusorio: essere consapevoli di aver vissuto un abuso, essere consapevoli che quella relazione era una truffa, un’illusione, che quell’uomo o quella donna in realtà non esistono nella forma in cui si sono presentati. Allora, e solo allora, la vittima potrà dissolvere il mondo illusorio prendendo la pillola rossa, e cioè iniziando un percorso di ricostruzione della propria reale esistenza.
Uno degli aspetti più complessi del disturbo narcisistico è l’incapacità della persona di riconoscere il proprio problema. Senza consapevolezza non c’è motivazione a chiedere aiuto, e questo genera l’idea che il narcisista non possa cambiare. Nella tua esperienza clinica, ti è capitato di incontrare narcisisti autentici disposti a mettersi davvero in discussione? E quanto è realistico un percorso terapeutico che porti a un vero cambiamento?
Il disturbo narcisistico di personalità si manifesta in modo complesso e con diversi gradi di gravità. Siamo su un continuum che va dal narcisismo sano, ovvero le persone che hanno autostima e sanno chi sono, a persone gravemente patologiche come nelle forme di narcisismo perverso, maligno e antisociale che spesso riscontriamo negli omicidi di genere. Sono due i livelli in cui possiamo “misurare”, diciamo così, la gravità del narcisismo: il livello di empatia, che nel narcisista è carente o assente, e il livello di egosintonia, che nel narcisista è estremamente elevato. Essere egosintonici significa essere in sintonia acritica con il proprio ego distorto, ovvero il narcisista ritiene che qualsiasi azione che egli compia sia giusta, opportuna e corretta al di là dell’etica e della morale, dove il dolore e la sofferenza della vittima è al limite un effetto collaterale necessario perchè si compia il suo disegno grandioso. Dunque, come giustamente affermi, l’aspetto più complesso è l’incapacità per il narcisista di riconoscere d’avere un problema, e questo è dato proprio dall’egosintonia. Nella domanda mi chiedi se ho mai conosciuto narcisista autentici: penso che definire un narcisista “autentico” equivale a scrivere un ossimoro. Non esistono narcisisti autentici, poiché il Falso sé delinea una immagine falsa e distorta che ben poco ha a che fare con l’autenticità. Quindi no, non ho mai incontrato narcisisti gravi che siano autenticamente disposti al cambiamento, semplicemente perchè, per patologia, questo non può avvenire. E’ come chiedere ad un cieco dalla nascita di sforzarsi a vedere. Nella mia pratica clinica ho coordinato unità operative di psichiatria atte ad ospitare pazienti autori di reato che, da noi, svolgevano un percorso di riabilitazione per depotenziare la loro pericolosità sociale in alternativa al carcere: si chiama obbligo di cura, e può durare moltissimi anni. Tra questi pazienti ho incontrato molti narcisisti gravi che “apprendevano” come comportarsi per depotenziare la loro pericolosità sociale e quindi essere un giorno liberi: ma apprendere un comportamento non significa modificarlo. Detto questo, in casi di tratti narcisistici di personalità meno gravi, un cambiamento è possibile ma solo se il narcisista percepisce di avere un problema ed è disposto a guardarlo.
Viviamo in un’epoca che premia immagine, performance, approvazione continua. I social network amplificano tutto ciò, creando un ambiente in cui il narcisismo sembra quasi funzionale e incentivato. In che modo la nostra società contribuisce ad alimentare o potenziare i tratti e i disturbi narcisistici?
Viviamo in un’epoca che non crea il narcisismo, ma lo legittima, lo esalta e soprattutto lo rende visibile. Come abbiamo già detto, il narcisismo non è un fenomeno nuovo. Quello che cambia non è la struttura interna, ma il suo ecosistema esterno. Oggi la cultura fornisce al narcisismo un palcoscenico permanente, una platea sempre accesa, un rifornimento illimitato. La nostra società è costruita intorno a tre grandi pilastri: immagine, performance, approvazione. Sono le nuove divinità dell’Occidente ipermoderno che non chiede fede, ma esposizione. I social network, che non sono la causa, ma l’amplificatore, trasformano questi pilastri in un
habitat perfetto. Sono un sistema di rinforzo intermittente digitale: ti mostrano, ti confermano o ti negano con la stessa logica intermittente delle slot machine. Notifica–attesa–frustrazione– ricompensa. Una struttura che per un narcisista è ossigeno puro, e per una persona vulnerabile può diventare una trappola identitaria.
Il narcisismo non nasce oggi: oggi fiorisce. Oggi diventa visibile ciò che prima restava latente, spesso confinato nelle mura domestiche.La nostra epoca compie quattro operazioni fondamentali. Premia la grandiosità, dove il messaggio implicito è: “Se non sei speciale, non esisti”. L’identità si misura in followers, like, visibilità. Non importa essere, ma apparire; Anestetizza la frustrazione, ovvero non c’è più spazio per l’attesa, per il limite, per l’imperfezione.
L’ipercura digitale sostituisce la fatica della costruzione con la scorciatoia dell’immagine; Patologizza la normalità, perchè essere semplicemente “abbastanza” oggi è vissuto come fallimento. La grandiosità non è più un sintomo: è una richiesta. Ed infine moltiplica i Sé: ognuno ha un sé pubblico, un sé privato, e molti sé virtuali. È
un’operazione dissociativa di massa: dove c’è frammentazione, il narcisismo prospera. In questo contesto, il narcisismo overt trova un megafono, una ribalta continua, mentre il narcisismo covert trova un rifugio perfetto, fatto di vergogna permanente, autovalutazione ossessiva, idealizzazione del Sé, compreso il Sé digitale.
La società non crea i narcisisti: crea il clima in cui i tratti narcisistici si attivano, si espandono, si rendono necessari per sopravvivere. Come dico nel libro, oggi il narcisismo non è in aumento: è semplicemente slatentizzato, reso più manifesto da un sistema che parla il suo stesso linguaggio. E in questo linguaggio il narcisista si muove come a casa: sa come sedurre, come confondere, come apparire. La vittima, immersa nello stesso modello culturale, rischia di non riconoscere la truffa proprio perché la sua struttura è identica alla grammatica emotiva dell’epoca che viviamo.
Se il narcisismo è così radicato nella cultura contemporanea, è inevitabile chiedersi se esista una via d’uscita, una possibilità di costruire una società più sana dal punto di vista relazionale. Qual è, secondo te, l’antidoto per immaginare e costruire una società meno narcisistica e più consapevole?
L’antidoto al narcisismo non è un esercizio morale, né un appello alla gentilezza: è un lavoro radicale sull’umano, sul limite, sulla finitezza, sulla morte e sulla verità del legame. Viviamo in una cultura che ha rimosso la morte dal discorso pubblico e l’ha sostituita con il suo opposto: la prestazione infinita, la giovinezza infinita, la visibilità infinita. Una società che non accetta la morte non può accettare nemmeno il limite dell’altro, ed infatti il narcisismo è anche questo: la fuga permanente dalla realtà del limite. Il narcisista, come dico nel libro, vive immerso in un lutto non elaborato: quello del proprio Sé più fragile, più imperfetto, più umano. Il suo partner vive invece un “funerale senza il morto”: un dolore senza corpo, senza salma, senza chiusura. È l’emblema della nostra epoca: non seppelliamo nulla, non salutiamo nulla, non lasciamo andare nulla. Restiamo sospesi. L’unico antidoto possibile è l’accettazione della finitezza e del fatto che siamo esseri limitati che vivono relazioni in un tempo limitato. E’ proprio in questo spazio di limite che nasce ciò che gli antichi chiamavano “rito” e “divino”: non un riferimento religioso, ma un archetipo di
trascendenza, la capacità profondissima di uscire da se stessi e incontrare l’altro come altro. Il narcisista, invece, non incontra mai nessuno: ricerca solo il proprio riflesso. Se pensiamo ad una società meno narcisistica, dobbiamo pensare a una società che reintroduce la frustrazione come competenza evolutiva, non come falla educativa; che riabilita la vulnerabilità come luogo di verità, non come punto debole da mascherare; che restituisce alle relazioni il loro carattere di reciprocità, non di consumo; e che insegna il limite fin da bambini, non l’illusione della perfezione; Il narcisismo è la negazione della morte. È l’illusione che il Sé non debba mai cedere, mai toccare il fondo, mai incontrare il dolore. È un tentativo disperato di eternità costruito sulla fuga dall’intimità. L’antidoto, allora, è recuperare la dimensione dell’umano che il narcisismo teme di più, ovvero la capacità di lasciarsi toccare. Dall’altro. Dal limite. Dal tempo. Dal fallimento. Dalla perdita.Quando una società torna capace di elaborare il lutto, di riconoscere la fragilità, di accettare ciò che non può controllare, allora può finalmente sottrarsi alla trance narcisistica e smettere di vivere funerali senza il morto, perché torna a vedere, e a seppellire, ciò che deve essere visto: per incontrare se stessi almeno una volta prima di morire, con il rischio di non essere mai nati davvero.

