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La storia di Stela

“Mi hanno tolto tutto”: la storia di Stela tra servizi sociali e povertà

di Redazione Playmastermovie

Dal 2004 Stela vive in quei territori che sono invisi alle persone perbene; il lavoro nero, un matrimonio stipulato per avere i documenti in Italia, e una segnalazione fatta dalla scuola del figlio. È a Reggio Emilia che il primo rumore si imprime nei ricordi di Stela, un rumore che resterà il simbolo di questi ventidue anni: quello del ferro consumato di un mazzo di chiavi.

Le chiavi che aveva tanto desiderato da ragazzina, che avrebbero dovuto aprire tutte le porte della sua vita, di una sua casa, di un lavoro di cui andar fiera. Invece ricorda le chiavi delle case dove ha fatto la badante senza contratto, e una badante senza contratto non ha mai chiavi sue. Le chiavi del bar che apriva alle sei del mattino, con le serrande che stridono sul cemento gelato di Reggio. E le chiavi dell’appartamento di San Carlo Terme, rimaste appese al chiodo per anni con la luce e l’acqua staccate, perché una casa al buio costa meno di una casa che vive. Le chiavi del cancello di San Carlo, quelle che il marito le metteva in mano con 100€ dicendole “vai in vacanza”, come si dà la mancia a chi deve sparire un mese senza disturbare.

Stela arriva dalla Moldavia nel 2004. Ha 27 anni, un visto turistico di 10 giorni in tasca e un cognome che in Italia diventa subito un muro da scavalcare. Il visto scade. “Da quel giorno sono diventata trasparente”, scrive in due lettere protocollate nell’aprile 2026 ai servizi sociali di Reggio Emilia a cui chiede di chiudere la sua “cartella” e di riattivare il Reddito di Cittadinanza e l’Assegno di Inclusione. Non chiede compassione. Chiede di smettere di essere un numero di protocollo.

Per capire perché i servizi sociali entrano nella sua vita bisogna andare al 2021. Ma prima c’è un decennio che Stela racconta come un’unica notte lunghissima, senza stacchi e senza straordinari pagati, dove nessuno l’ha mai aiutata con le due parole che le sarebbero davvero servite: “adesso basta”.

La lunga notte: dal visto scaduto al banco del bar

La prima porta che si apre è quella della Chiesa. Poi arrivano i lavori che non lasciano buste paga e non fanno curriculum: badante in nero, un pasto al giorno alla Caritas, consumato in piedi perché c’è sempre un’altra anziana da girare nel letto, una stanza da 200 euro da dividere con il silenzio e con la paura dei controlli. Stela si ammala e finisce in un appartamento protetto per qualche mese.

Quando si rimette in piedi, nulla cambia; ricomincia. Bar dalle sei a mezzanotte, con le mani che odorano di caffè anche nel sonno e le gambe che a fine turno non rispondono. Poi c’è il turno che inizia alle sette di sera e finisce alle sette del mattino, mentre fuori è già un altro giorno identico al precedente. Nei buchi incastra catering nei weekend e pulizie a domicilio pagate a ore, senza ore segnate da nessuna parte. “Lo sapevano tutti che ero senza permesso”, dice. “Ero comoda così. Costavo poco, non chiedevo, non mi ammalavo mai due volte di seguito”.

Nel 2007 è dietro al banco del bar. Il proprietario è il compagno di una donna che, a detta di Stela, lavorava in un ufficio pubblico gomito a gomito con C.T. e lo porta a conoscerla al bar. Più che conoscerla, a vederla. Lei non alza mai lo sguardo dal lavoro che sta facendo. Un giorno il gruppetto la guarda, la osservano mentre tira a lucido il bancone d’acciaio e le dicono la frase che si sarebbe sentita poi ripetere per anni, come una condanna: l’unico modo per uscirne, per uscire da queste fatiche, sono i documenti. E l’unico modo per avere i documenti, è sposarti.

A settembre 2007 Stela sposa C.T. ed è incinta di D. La famiglia di lui non vuole quel matrimonio. “Ero moldava, e a loro bastava come fosse un insulto, come un marchio”. Racconta che una parente del marito l’avrebbe cacciata di casa “con il coltello in mano, urlando che le portavo vergogna davanti a tutto il quartiere”. I suoi genitori non ci sono al matrimonio. Nessun volo da Chișinău, nessuna telefonata. Dopo le nozze chiedono una casa popolare ma ottengono di stare in un B&B a tempo, con l’odore di disinfettante nei corridoi e i vicini che cambiano ogni settimana. Intanto lei si iscrive all’università, prende la patente e firma un contratto di tre mesi in cooperativa. È al quinto mese di gravidanza.

“In ufficio mi guardavano come se avessi truffato lo Stato. Ero incinta e straniera. Due colpe in una, non assolvibili”. D. nasce nel 2008, lontano da Reggio. Non lo dice ai suoi in Moldavia. “Come spieghi a tua madre che sei sola, in un Paese che non ti vuole, con un figlio in arrivo e un marito che già non ti guarda più negli occhi?”. Nel luglio 2009 sua madre muore. Stela non si ferma. Allatta e di notte è in una casa protetta con trentasei anziani non autosufficienti. In turno con un’altra operatrice. Trentasei campanelli che suonano insieme, trentasei pannoloni da cambiare, e a volte toccava cambiarli una per reparto, da sola. “Gli assistenti sociali lo sapevano. Anche mio marito. Nessuno disse basta, nessuno disse riposa, nessuno disse che era disumano”.

Per tenere insieme i pezzi fa venire suo padre dalla Moldavia. Ha 54 anni e le mani grandi di chi ha spaccato la terra per una vita intera. Lui bada al bambino mentre lei fa la spola tra Parma e Reggio per studiare, poi torna per il turno di notte, il centro diurno e gli appartamenti protetti. E i lavoretti in nero, perché con un solo stipendio regolare non si cena e non si comprano i libri.

Il giorno in cui tutto si rompe: la scuola la separazione e il silenzio

Il matrimonio si rompe nel 2021. La separazione, dice Stela, la avvia l’ex marito dopo anni di tensione che lei descrive a denti stretti. Riferisce di aver denunciato episodi di violenza di genere avvenuti davanti al figlio. D. comincia a rifiutare il padre, a dormire con la luce accesa, a fare domande che hanno la forma di coltelli: “Perché papà urla? Perché devo vederlo?”.

Ed è qui che succede. È la scuola a far partire la segnalazione ai servizi sociali. Una maestra nota che il bambino è cambiato: è chiuso, arrabbiato. Scrive parolacce sulla porta del bagno contro la direttrice A.C. Convocano la madre, ma quando lei si presenta, la buttano fuori “per le spalle”. L’avvocato deve chiedere l’appuntamento per lei. La scuola scrive che non si presentava. Invece lei c’era sempre: portava e prelevava il figlio, si occupava proprio di lui. Nella versione di Simona, quella carta è l’innesco che fa esplodere tutto.

Si apre un monitoraggio sulla famiglia, proprio mentre la separazione giudiziale è in corso. L’ex marito, nella versione di Stela, chiede al Tribunale di avviare un percorso neuropsichiatrico per D. Il Tribunale accoglie la richiesta. “Da lì in poi è cambiato tutto”, scrive lei. “Hanno limitato me e mio figlio. Non potevamo più decidere nulla senza passare da un ufficio, da un’autorizzazione, da una firma che non era la nostra”.

Contemporaneamente scatta l’altro taglio, quello che toglie l’aria dai polmoni. Reddito di Cittadinanza sospeso, Assegno di Inclusione bloccato. La casa di San Carlo Terme resta al buio, con luce e acqua staccate “per anni”, racconta, e la notte si impara a orientarsi al tatto e a memoria. L’auto viene sequestrata. Le lettere di sfratto arrivano con la stessa puntualità delle bollette che non può pagare. “Mio figlio vive con me dal 2019 e non è mai stato allontanato”, precisa. “Il padre non ha mai versato un euro, non uno. Ma è a me che chiedono conto di tutto, è me che controllano”.

È questo il “gaslighting istituzionale” che Stela denuncia in ogni pagina delle sue lettere. Non solo la violenza che dice di aver subito tra le mura di casa, ma quella che chiama “violenza sistemica”: denunce archiviate senza una riga di spiegazione e una povertà che diventa una colpa da espiare ogni mese, con la burocrazia che risponde con silenzi protocollati e timbri che sanno di inchiostro e di resa. “Quando sei straniera, povera e madre, la tua parola vale la metà di un modulo compilato male”, scrive. “Ti dicono che esageri, che sei tu il problema, che devi ringraziare perché comunque ti hanno dato qualcosa, anni fa”.

Oggi D. è adolescente e vuole lasciare l’Italia perché dice che qui si sente “sorvegliato, giudicato, in gabbia senza sbarre”. Lei non può e non vuole andarsene. “Mi hanno tolto i diritti uno a uno, come si spengono le luci di una casa stanza per stanza. Li rivoglio”. Per questo ha scritto ad aprile 2026: chiudete la cartella, ridateci Reddito di Cittadinanza e Assegno di Inclusione, fateci uscire da questo cono d’ombra dove ogni domanda diventa un sospetto e ogni risposta è già sbagliata. “Non chiedo pietà. Chiedo ascolto, per me e per altre madri che stanno contando le chiavi al buio”.

Ventidue anni dopo quel visto scaduto, Stela si sveglia ancora prima dell’alba. Guarda le chiavi sul tavolo della cucina, quelle di una casa senza luce e di una vita senza tutele. “Dal 2004 sono invisibile”, dice. Poi respira e corregge se stessa come si corregge un verbo sbagliato a scuola: “No. Non sono invisibile. Per vent’anni le istituzioni hanno scritto la mia vita senza che io fossi un soggetto. Ora scelgo io il verbo, e il verbo è: esisto.
Prima persona singolare”.

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