Kennedy finisce al centro di uno scontro istituzionale che riapre una questione mai davvero risolta, quella tra obbligo sanitario e libertà individuale. Un giudice federale del Massachusetts ha infatti bloccato l’attuazione delle principali decisioni sui vaccini prese dal segretario alla Salute dell’amministrazione Trump, Robert Kennedy Jr., contestando il metodo con cui sarebbero state modificate le raccomandazioni ufficiali.
Secondo il giudice Brian Murphy, l’amministrazione avrebbe aggirato in modo improprio il comitato consultivo sulle pratiche di immunizzazione, rompendo una tradizione basata sulla revisione scientifica condivisa. Una decisione che, secondo la sentenza, avrebbe minato l’integrità del processo decisionale.
Il provvedimento blocca di fatto sia la revisione del calendario vaccinale infantile, sia le limitazioni all’accesso ai vaccini Covid. Ora è atteso il ricorso dell’amministrazione Trump, che ha già annunciato battaglia legale.
Meno obblighi non significa meno vaccini
La riforma proposta dal dipartimento della Salute non eliminava i vaccini, ma ne riduceva la componente universale. Le vaccinazioni raccomandate per tutti i bambini passavano da circa diciassette a undici, mentre le altre venivano riclassificate per gruppi a rischio o affidate alla valutazione condivisa tra medico e famiglia.
Un punto fondamentale viene spesso trascurato nel dibattito: ridurre l’obbligatorietà non significa vietare o eliminare i vaccini. Tutti restano disponibili, accessibili e coperti dalle assicurazioni. Cambia il modello, non l’offerta. Si passa da un’imposizione generalizzata a una scelta più personalizzata.
Kennedy e il nodo della libertà di scelta
La linea introdotta da Kennedy si inserisce in un cambio di paradigma più ampio, dove la sanità non impone ma orienta. Eppure, proprio qui emerge una contraddizione evidente. La giustizia interviene con forza quando si tratta di bloccare una riduzione dell’obbligo, ma è rimasta sostanzialmente silente durante anni in cui l’obbligatorietà è stata estesa e rafforzata. Un silenzio che oggi pesa, perché il principio di fondo dovrebbe essere sempre lo stesso: la libertà di scelta.
Il punto più controverso riguarda proprio il ruolo della magistratura. L’impressione, per molti, è che l’intervento arrivi a difesa di un sistema consolidato, più che dei cittadini. Quando si riduce l’obbligo, scattano i controlli. Quando l’obbligo si impone, raramente si alza una voce altrettanto forte.
Questo alimenta il sospetto che la tutela non sia sempre equilibrata, ma che risponda anche a interessi più ampi, inclusi quelli delle grandi industrie farmaceutiche.
In questo scenario, il vero nodo resta aperto: fino a che punto lo Stato può spingersi nelle scelte sanitarie individuali? E soprattutto, perché la libertà di scelta sembra diventare un problema solo quando si prova davvero ad applicarla?

