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Bambini bosco

Strappate alla famiglia, cosa provano le bambine della casa del bosco?

di Redazione Playmastermovie

La vicenda delle tre bambine sottratte ai genitori nella cosiddetta “casa del bosco” solleva una domanda che, in un paese coerente, dovrebbe risuonare come un campanello d’allarme: com’è possibile che lo Stato infligga un trauma immediato e profondo a minori sani, amati e perfettamente integrati nella loro comunità, in nome di un presunto “pericolo futuro”?

Perché questo è accaduto: nessun maltrattamento, nessuna denutrizione, nessun rischio reale. Solo uno stile di vita non conforme a ciò che viene considerato “normale” o “accettabile”. E così scatta la misura estrema: portare via i figli.

Un paradosso evidente, se si considera che nella nostra società migliaia di bambini trascorrono le giornate incollati agli schermi, circondati da cibo spazzatura, smog, solitudine emotiva, sovrappeso e scarsità di relazioni significative. In quei casi, però, nessuno parla di allontanamento preventivo: quel modello, per quanto dannoso, è perfettamente allineato al pensiero dominante.

Al contrario, sembra quasi diventare un crimine crescere i propri figli nella natura, tra animali, ritmi lenti, aria pulita e rapporti umani autentici.

Sorge allora una domanda inevitabile: si vuole davvero tutelare i bambini, o si vuole difendere un modello educativo preconfezionato? Perché quando l’intervento dello Stato diventa selettivo e colpisce chi esce dagli schemi, la tutela si trasforma in controllo. E quando si infligge un trauma reale per evitare un rischio immaginato, qualcosa non funziona più.

E proprio mentre scriviamo questo articolo arriva un aggiornamento importante: Nathan e Catherine hanno accettato temporaneamente un’abitazione offerta da un cittadino per superare le criticità igienico-sanitarie che hanno portato all’allontanamento dei tre figli.
Si tratta di un casolare immerso nel bosco di Palmoli, con due stanze, cucina, pozzo e bagno a secco.

La decisione della famiglia di accettare la nuova abitazione potrebbe ora influenzare positivamente il Tribunale per i Minorenni, auspicando che conduca alla riunificazione dei genitori con le figlie. Tuttavia, il fatto resta: lo strappo dalla famiglia c’è stato, il trauma c’è stato, e le implicazioni di questo evento meritano di essere analizzate con attenzione.

Per approfondire le possibili implicazioni psicologiche di una decisione tanto radicale, abbiamo chiesto un commento allo psicologo Marco Pacori, che conosciamo da anni, sin da quando metteva in guardia con grande lucidità sui possibili effetti negativi dell’uso obbligatorio delle mascherine nelle scuole sulla psiche dei bambini. In un’epoca in cui la sensibilità verso l’infanzia sembra spesso sacrificata alla burocrazia o all’emergenza del momento, la sua attenzione costante al benessere psicologico dei più piccoli non può essere data per scontata.

Pacori è laureato in psicologia clinica, lavora come psicologo e docente, ed è esperto di comunicazione, linguaggio non verbale e ipnosi. Lo abbiamo interpellato per capire quali possano essere gli effetti psicologici su bambini e famiglie in seguito a un allontanamento tanto radicale e improvviso.

 

Dottor Pacori, qual è l’impatto psicologico immediato su bambini sani, sereni e perfettamente integrati nel loro ambiente quando vengono prelevati all’improvviso dalle loro figure di riferimento, senza che vi sia per loro alcuna percezione di pericolo reale? Quali sono le reazioni più comuni a un distacco vissuto come incomprensibile e ingiustificato?

Da quando esiste un’assistenza “sociale”, i bambini vengono sottratti alle loro famiglie. Al di là dei casi estremi, in cui un genitore può arrecare un danno al minore o esporlo a situazioni pericolose, la letteratura e l’esperienza confermano che il distacco dai familiari biologici provoca più traumi che benefici e influisce negativamente sullo sviluppo.

La tendenza attuale, sulla base delle evidenze scientifiche, è mantenere un contatto con la famiglia d’origine, anche sotto supervisione. In questa circostanza, invece, il tribunale ha agito in controtendenza e basandosi su mere congetture. Gli studi mostrano che l’allontanamento dai genitori è un evento profondamente traumatico: i bambini esposti alla separazione familiare sono maggiormente a rischio di disturbo da stress post-traumatico, ansia, difficoltà di memoria e concentrazione, problemi relazionali e, in alcuni casi, maggiore vulnerabilità alla devianza, alla tossicodipendenza o ai disturbi psichiatrici.

Da un punto di vista psicologico ed etico, ha senso infliggere un trauma certo, concreto e presente in nome di un rischio futuro che non esiste ancora? Può davvero definirsi “tutela” una logica preventiva che genera un danno immediato per evitare una possibilità ipotetica?

Non si può parlare di tutela quando un provvedimento crea le premesse per un futuro travagliato e incerto. Se le autorità nutrivano dubbi sullo sviluppo sociale o relazionale delle bambine, avrebbero dovuto limitarsi a monitorare la situazione. La sentenza appare frutto di un’opinione, non di una valutazione realistica. Questa famiglia si è dimostrata perfettamente in grado di prendersi cura dei bisogni umani e interpersonali delle bambine, contrariamente a chi ha preso la decisione di “rompere” la famiglia.

Come vive un bambino il passaggio repentino da una casa familiare, immersa nella natura e in un ambiente affettivo sicuro, a una comunità con adulti estranei, regole standardizzate e un contesto totalmente diverso? È possibile che interiorizzi l’idea che la sua vita precedente fosse sbagliata o inadeguata?

Un cambiamento così repentino è fonte di shock e confusione. Bambini di 6 e 8 anni sono in una fase molto delicata: hanno bisogno della presenza di mamma e papà per crescere in modo sereno ed equilibrato. La regione cognitiva del cervello legata al senso di identità è ancora in formazione; sradicarli significa esporli a disorientamento e, in taluni casi, al rischio di rinnegare le proprie origini per sopravvivere psicologicamente al nuovo ambiente.

Quanto può danneggiare la fiducia nei confronti degli adulti la scoperta che qualcuno più potente dei genitori può decidere arbitrariamente di separarli? Quali effetti può avere questo sul senso di sicurezza, sull’attaccamento e sulla capacità di affidarsi agli altri?

Nel momento in cui un bambino scopre che la propria realtà può essere stravolta da altri, sviluppa paura e diffidenza verso il prossimo, compromettendo le future relazioni sentimentali e di amicizia. Sul piano interiore può sperimentare insicurezza, frustrazione e ansia, perché percepisce che la stabilità e i legami possono essere spezzati in qualunque momento.

Come si spiega che lo Stato intervenga con misure tanto drastiche proprio in famiglie dove non risultano problemi di salute o trascuratezza, mentre non si vedono azioni altrettanto incisive verso quei bambini che trascorrono ore davanti ai dispositivi digitali, che conducono una vita sedentaria o che sembrano ricevere pochissime attenzioni educative? Da un punto di vista psicologico, questi comportamenti possono rappresentare un rischio? E, se sì, perché non vengono considerati allo stesso livello di urgenza?

Uno studio condotto su oltre mille bambini e ragazzi dai 9 ai 17 anni ha evidenziato i danni dell’uso prolungato di dispositivi elettronici: problemi posturali, calo della vista, riduzione dell’attenzione, concentrazione e capacità di apprendimento, oltre a regressione emotiva e difficoltà relazionali.

Di fronte a evidenze così importanti, lo Stato non interviene se non con il solo divieto dei cellulari a scuola. L’indifferenza verso i problemi reali dei giovani, unita alla sproporzione delle misure adottate contro questa famiglia, suggerisce che la vera motivazione non sia la tutela dei bambini, ma il messaggio implicito: “Lo Stato può intervenire in qualsiasi momento e senza motivazione per sottrarre i figli”.

Guardando al futuro: come potrebbero vivere da adulte il rapporto con lo Stato e l’autorità pubblica queste bambine, dopo essere state allontanate “per il loro bene”?

Per mia esperienza clinica, quasi tutti i ragazzi e i genitori che hanno vissuto una separazione familiare imposta dalle istituzioni conservano paura, rabbia e senso di impotenza. Questo accade perché, salvo rare eccezioni, i servizi di assistenza non si curano realmente del benessere dei minori, ma prendono decisioni guidate da logiche politiche o ideologiche.

E come si può avere fiducia in istituzioni i cui più alti funzionari esprimono entusiasmo per l’allontanamento di un minore? È noto l’esempio di Beatrice Lorenzin che, alla notizia della decadenza dalla potestà genitoriale di una madre, ha scritto: “I figli non sono proprietà dei genitori!”. Esperienze di questo tipo generano sfiducia verso lo Stato e difficoltà nel percepire l’autorità come qualcosa di protettivo.

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