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Zangrillo “Molti pazienti peggio

Zangrillo davanti alla Commissione Covid: “Molti pazienti peggioravano dopo l’intubazione”

di Redazione Playmastermovie

Cinque anni dopo l’inizio della pandemia, il professor Alberto Zangrillo torna davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul Covid con una ricostruzione che, più che confermare la narrazione dominante di quegli anni, sembra incrinarla dall’interno. Il direttore della Terapia Intensiva dell’Ospedale San Raffaele ha descritto un sistema sanitario travolto non solo dal virus, ma anche da scelte organizzative e comunicative che avrebbero prodotto conseguenze pesantissime su milioni di pazienti.

Il primo tema affrontato è stato quello della gestione ospedaliera. Secondo Zangrillo, l’Italia si è trovata progressivamente intrappolata in una struttura sanitaria quasi interamente assorbita dall’emergenza Covid, con il risultato di lasciare in secondo piano tutte le altre malattie. Tumori, infarti, patologie croniche e visite specialistiche finirono in una sorta di limbo sanitario. “La gente continuava ad ammalarsi di tutto il resto”, è il concetto ribadito durante l’audizione, mentre l’accesso agli ospedali diventava sempre più complicato per chi non rientrava nel circuito Covid.

A emergere è soprattutto la distanza tra ciò che veniva raccontato quotidianamente in televisione e ciò che molti medici vivevano concretamente nei reparti. Zangrillo ha parlato di pronto soccorso trasformati nell’unica risposta possibile per cittadini lasciati senza riferimenti territoriali. Una pressione continua che, a suo giudizio, avrebbe aggravato il caos organizzativo e contribuito a congestionare gli ospedali ben oltre le loro capacità.

“Il territorio era sparito”

Uno dei passaggi più duri dell’intervento riguarda infatti la medicina territoriale. Per il primario del San Raffaele, medici di base e strutture locali furono lasciati senza strumenti adeguati, scaricando sugli ospedali l’intero peso dell’emergenza. Il problema, ha precisato, non era la volontà dei professionisti, ma l’assenza di un coordinamento reale capace di assistere i pazienti direttamente a domicilio.

Nel corso dell’audizione, Zangrillo è tornato anche sulla frase pronunciata nel maggio 2020 — “il virus clinicamente non esiste più” — spiegando che il riferimento riguardava il drastico calo delle forme respiratorie più aggressive osservate in terapia intensiva rispetto ai mesi precedenti. Non una negazione del virus, dunque, ma la constatazione di un cambiamento clinico nei pazienti ricoverati.

Particolarmente delicato il passaggio sulle tecniche di ventilazione. Zangrillo ha ricordato come, durante la pandemia, molti pazienti venissero intubati rapidamente, mentre successive osservazioni cliniche avrebbero suggerito maggiore cautela. Secondo quanto riferito, il passaggio alla ventilazione meccanica invasiva risultava associato a un significativo aumento della mortalità. Per questo il medico ha sostenuto di aver visto numerosi pazienti migliorare evitando l’intubazione precoce.

Più che un semplice bilancio sanitario, quello di Zangrillo appare come il racconto di un sistema che, nella gestione dell’emergenza, avrebbe sacrificato equilibrio, medicina territoriale e pluralità clinica in nome di una risposta unica e centralizzata. Foto: YouTube

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