Ci sono parole che valgono più di qualsiasi perizia, più di qualsiasi relazione tecnica, più di qualsiasi decisione presa dietro una scrivania. “Voglio tornare a casa da mamma e papà” è la frase pronunciata in lacrime da uno dei figli della cosiddetta famiglia nel bosco, durante l’ultima valutazione sulla capacità genitoriale disposta dal Tribunale.
Una frase semplice, spontanea, impossibile da ignorare. Una frase che racconta più di ogni documento il dolore che questi bambini stanno vivendo da mesi, lontani dai propri genitori, trascinati dentro una vicenda che si sta trasformando in una ferita profonda e difficilmente rimarginabile.
La vicenda della famiglia Trevallion va avanti ormai da mesi e continua a sollevare interrogativi pesanti sul ruolo delle istituzioni e dei servizi sociali. I tre bambini sono stati allontanati dal nucleo familiare e collocati in casa famiglia, mentre la madre Catherine non li vede fisicamente dallo scorso 6 marzo, se non attraverso videochiamate autorizzate e rigidamente controllate.
Nel corso dell’ultima perizia affidata all’esperta Simona Ceccoli, uno dei piccoli non è riuscito a trattenere il dolore. È scoppiato a piangere e ha espresso il desiderio più naturale del mondo: tornare a casa.
A riportarlo è stato lo psichiatra Tonino Cantelmi, consulente di parte, che da tempo sottolinea la sofferenza psicologica evidente nei bambini e le conseguenze traumatiche di una separazione tanto lunga quanto incomprensibile.
Il paradosso degli assistenti sociali
Il punto più drammatico di questa storia è proprio questo: coloro che dovrebbero proteggere i minori sembrano essere diventati parte del problema. Se l’obiettivo era tutelare il benessere dei bambini, oggi bisogna avere il coraggio di chiedersi se questo obiettivo sia stato realmente perseguito. Perché vedere un bambino piangere e implorare di tornare dai propri genitori dovrebbe bastare a fermarsi e riflettere.
E invece tutto continua come se fosse normale. Come se fosse accettabile crescere dei figli dentro una struttura, privandoli della quotidianità, degli abbracci, della serenità familiare. Perfino un gesto semplice come portare il cane di famiglia durante una visita si è trasformato nell’ennesimo muro burocratico.
Nathan Trevallion aveva provato a portare il cane di famiglia durante una visita ai figli, nel tentativo di regalare loro un piccolo momento di normalità, un frammento di casa, un legame affettivo capace di alleviare almeno in parte il distacco. Anche questo è stato negato.
La struttura avrebbe rifiutato la presenza dell’animale sostenendo che avrebbe potuto disturbare gli altri ospiti. Nathan aveva persino proposto di lasciarlo all’esterno, nel giardino frequentato dai bambini. Nulla da fare. Un altro no. Un altro pezzo di umanità sottratto.
Ora la decisione della Corte d’Appello
Martedì 21 aprile la Corte d’Appello dovrà esprimersi sull’udienza per il ricongiungimento familiare. Questa decisione non può più essere rinviata. Questa vicenda dura da troppo tempo e ogni giorno che passa pesa sulle spalle dei più piccoli.
I veri protagonisti di questa storia non sono i tribunali, né gli assistenti sociali, né la politica che oggi cerca visibilità. Sono quei bambini che stanno pagando il prezzo più alto. E quando un figlio piange e dice “voglio tornare a casa”, forse bisognerebbe semplicemente ascoltarlo. Foto di copertina: immagini di repertorio
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Queste storie devono essere raccontate, perché la verità non può essere archiviata.
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