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Piano pandemico 2025-2029: l’Italia dice no all’OMS ma replica lo stesso modello

Piano pandemico 2025-2029: l’Italia dice no all’OMS ma replica lo stesso modello

di Carmen Tortora

L’Italia ha rigettato gli emendamenti 2024 al Regolamento Sanitario Internazionale dell’OMS, rivendicando la propria sovranità sanitaria. Ma il nuovo Piano pandemico 2025-2029 mostra una realtà molto meno nobile della formula ufficiale: respinto il timbro internazionale, il Paese ha comunque costruito in casa una macchina che ricalca la stessa grammatica operativa della preparedness globale.

Il Piano non riguarda più soltanto l’influenza pandemica. Allarga il campo ai patogeni respiratori a maggiore potenziale pandemico: coronavirus, virus influenzali, varianti emergenti, patogeni zoonotici o agenti ancora non pienamente identificati. Non si aspetta il prossimo virus: si preparano prima procedure, dati, laboratori, scorte, Regioni, catene decisionali e strumenti di intervento sulla popolazione.

Il paradosso è evidente: Roma dice no agli emendamenti IHR, ma nel Piano nazionale ricalca la cassetta degli attrezzi sanitaria degli articoli 16 e 18 del Regolamento Sanitario Internazionale. Quelle norme parlano di misure su persone e viaggiatori, esami medici, analisi di laboratorio, quarantena, isolamento, tracciamento dei contatti, screening in uscita, restrizioni per persone provenienti da aree colpite e misure sui punti di ingresso. Il Piano italiano non le recepisce formalmente come obbligo OMS, ma ne riproduce la sostanza in chiave nazionale.

Dentro il Piano ci sono sorveglianza integrata, monitoraggio delle acque reflue, capacità di laboratorio, scorte, vaccini, farmaci, dispositivi, DPI, punti di ingresso, test, screening, tracciamento dei contatti, isolamento, quarantena, comunicazione del rischio, contrasto alle fake news, misure su lavoro e mobilità, sospensione degli assembramenti di massa, escalation e de-escalation delle misure. Non introduce oggi un’emergenza, ma prepara la procedura per attivare rapidamente questi strumenti davanti a un nuovo patogeno respiratorio.

Il blocco più delicato è la protezione della comunità

Dietro questa formula morbida c’è il passaggio più invasivo: la sanità esce dagli ospedali ed entra nella vita quotidiana. Il cittadino può diventare caso, contatto, esposto, fragile, soggetto da testare, soggetto da isolare, destinatario di comunicazione, lavoratore da riorganizzare, parte di una mobilità da modulare, partecipante potenziale ad assembramenti sospendibili. La comunità viene presentata come bene da proteggere, ma viene anche trasformata in massa da classificare e governare.

La differenza vera non è tanto nelle misure, quanto in chi le applica. Non sarà l’OMS a bussare alla porta dei cittadini: saranno Stato, Regioni, ASL, sindaci, ordinanze, leggi e protocolli nazionali. Il governo ha respinto il vincolo OMS, ma non ha respinto la logica OMS: l’ha portata a casa, l’ha finanziata, l’ha regionalizzata e l’ha messa in procedura.

Il punto è questo: in nome di una collettività indistinta si prepara una macchina capace di comprimere dignità, libertà individuali, scelta personale e rapporto con il proprio corpo. Nessuno ha dato mandato allo Stato di trasformare la salute pubblica in appropriazione amministrativa della volontà individuale, né di trattare il corpo dei cittadini come territorio sanitario da organizzare dall’alto.

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