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Meta registra i dipendenti per addestrare l’IA che li sostituirà

Meta registra i dipendenti per addestrare l’IA che li sostituirà

di Carmen Tortora

Meta sta installando sui computer dei dipendenti statunitensi un software che registra movimenti del mouse, clic, tasti premuti e, a volte, anche istantanee dello schermo. Il materiale serve ad addestrare agenti IA capaci di replicare il lavoro d’ufficio direttamente sul computer.

La cornice ufficiale è la solita: efficienza, trasformazione, produttività. Il contenuto reale è più sgradevole. Il lavoro umano viene trattato come materia prima da estrarre, osservare e riversare nei modelli.

Andrew Bosworth l’ha detto in modo abbastanza chiaro: la direzione è un’azienda in cui gli agenti fanno gran parte del lavoro e agli umani resta il compito di supervisionare, valutare e correggere. Una formulazione elegante per dire che una quota crescente dei dipendenti viene spinta verso il ruolo di sorvegliante della propria sostituzione.

Meta assicura che quei dati non serviranno per valutare le performance individuali. Benissimo. Restano comunque utili per costruire sistemi destinati a fare sempre più compiti al posto loro. Ed è questo il punto che conta.

Il resto del quadro toglie ogni residua poesia: Meta prevede di tagliare il 10% della forza lavoro globale e prepara altri licenziamenti. Prima si cattura il lavoro, poi lo si trasforma in dataset, poi si addestrano gli agenti, poi si alleggerisce il personale. Il lessico è tecnologico. La logica è vecchia: spremere il lavoro vivo finché basta, poi ridurlo a costo da tagliare.

La desertificazione del lavoro qualificato

Il problema, però, non riguarda soltanto Meta. Riguarda un modello che si sta diffondendo ovunque: aziende che osservano ogni gesto quotidiano dei dipendenti non più soltanto per controllare la produttività, ma per trasformare quell’attività in un patrimonio digitale da automatizzare. Non si compra più soltanto il tempo del lavoratore, si acquisisce anche il suo metodo, il suo ritmo, le sue abitudini decisionali.

Questo passaggio cambia radicalmente il rapporto tra impresa e lavoratore. Non sei più soltanto una risorsa da impiegare, ma una fonte continua di dati da assorbire e convertire in sistema. Ogni clic diventa istruzione, ogni errore una correzione utile, ogni routine un processo replicabile.

E mentre si parla di innovazione, il rischio concreto è una progressiva desertificazione del lavoro qualificato. Meno autonomia, meno competenze valorizzate, più funzioni di controllo su macchine che imparano a fare ciò che prima facevano le persone.

La domanda allora non è se l’intelligenza artificiale cambierà il lavoro, perché lo sta già facendo. La vera domanda è chi controllerà questo cambiamento e a vantaggio di chi. Perché se l’unico obiettivo resta il taglio dei costi, allora l’innovazione non sarà progresso, ma soltanto una forma più sofisticata di sostituzione.

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