Davanti all’ospedale San Pio di Vasto si è svolto un flash mob silenzioso ma fortemente simbolico per mantenere alta l’attenzione sulla vicenda della “famiglia Del Bosco”. Un presidio che pone una domanda: può davvero esistere tutela del minore se una bambina ricoverata non può avere accanto la propria madre?
La piccola è attualmente ricoverata nel reparto di pediatria e Catherine, la madre, è stata allontanata dai figli con un provvedimento del Tribunale per i Minorenni dell’Aquila.
A nome della redazione di Playmastermovie abbiamo raccolto la testimonianza di Debora Petrucci, ideatrice del presidio permanente con il camper a sostegno della famiglia Del Bosco e promotrice del flash mob organizzato davanti all’ospedale.
Secondo Debora, l’obiettivo dell’iniziativa è stato quello di evidenziare quella che definisce una grave contraddizione tra il concetto di “bene superiore del minore” e la concreta gestione della vicenda.
“Abbiamo fatto questo flash mob per evidenziare alle persone che lavorano all’interno dell’ospedale e anche alla cittadinanza questa carenza da parte dei servizi sociali, che parlano continuamente di tutela dei minori e di bene supremo dei bambini, mentre qui, nei fatti, accade il contrario.”
Il cuore della protesta riguarda proprio l’impossibilità per la madre di assistere la figlia durante il ricovero ospedaliero: un fatto incomprensibile, soprattutto considerando che, come sottolinea Debora, la donna non è accusata di aver commesso reati né di aver esercitato violenza sui figli.
“Una mamma che non ha commesso alcun crimine e non ha mai fatto del male ai suoi figli non può stare accanto alla bambina in ospedale. La piccola invece è costretta a stare con persone che non solo sono estranee, ma che rappresentano anche chi l’ha separata dalla sua famiglia.”
Durante il flash mob sono stati esposti cartelli con frasi fortemente evocative: “La medicina più potente è l’amore dei genitori” oppure “Nelle carceri italiane le madri possono stare con i figli”.
Secondo Debora Petrucci, il punto centrale resta il benessere psicologico della bambina:
“Come può tutto questo favorire la guarigione di una bambina malata? Una bambina che si sveglia di notte e non trova sua madre accanto, ma una figura incaricata a sostituirla.”
Un elemento che emerge con forza è il senso di distanza e freddezza percepito nei confronti della struttura sanitaria e dell’intero apparato che ruota attorno alla gestione del caso. Un clima umano rigido, impersonale e privo di empatia. Un sentimento che si sarebbe manifestato in modo particolare in occasione della consegna di alcuni peluche destinati alla bambina ricoverata: un gesto semplice e simbolico, pensato per farle percepire vicinanza e affetto.
“Abbiamo dovuto aspettare circa quaranta minuti per avere una risposta. Alla fine hanno fatto salire una sola persona, che ha consegnato i peluche a un’infermiera senza nemmeno chiedere se qualcuno della famiglia o degli amici potesse salutare la bambina.”
Continua Debora:
“Abbiamo percepito una grande freddezza. Ci sembra che ci sia una distanza imposta non solo dalla famiglia, ma da tutti gli affetti della bambina. Sembra quasi che si vogliano sradicare questi bambini dai loro affetti, dalla loro famiglia, dal loro mondo emotivo.”
Il flash mob si è svolto in maniera composta e rispettosa. Gli organizzatori spiegano che la scelta di non pubblicizzare pubblicamente l’iniziativa è stata deliberata.
“Eravamo pochi perché volevamo mantenere un effetto sorpresa e soprattutto perché si trattava di un luogo delicato, pieno di persone malate. Volevamo essere certi che chi partecipava mantenesse un atteggiamento corretto e rispettoso.”
Nonostante i numeri contenuti, Debora racconta di aver ricevuto numerosi segnali di solidarietà da parte di cittadini, passanti e persino di personale presente nell’area ospedaliera.
“Molte persone si fermavano, leggevano i cartelli, facevano fotografie, annuivano. Alcuni ci hanno espresso apertamente il loro sostegno. Questo significa che la coscienza delle persone percepisce che qui c’è qualcosa che non torna.”
Ed è forse proprio questa la domanda rimasta sospesa davanti all’ingresso dell’ospedale San Pio: fino a che punto la tutela di un minore può dirsi davvero tale se, nel momento della malattia e della paura, viene meno la presenza della madre?

