La Gates Foundation si è improvvisamente accorta che forse frequentare Jeffrey Epstein non era proprio una brillante intuizione. Così, con la proverbiale tempestività delle grandi istituzioni quando il danno d’immagine è già servito, ha annunciato una revisione esterna sui vecchi legami con il finanziere pedofilo e sulle sue procedure interne per scegliere le partnership filantropiche.
La mossa arriva dopo che a gennaio il Dipartimento di Giustizia americano ha pubblicato nuove email che mostrano contatti tra Epstein e membri dello staff della fondazione. A quel punto, evidentemente, qualcuno ha pensato che fosse il caso di verificare se per caso ci fosse stato qualche piccolo problema di giudizio. Il CEO Mark Suzman ha quindi commissionato l’indagine, tuttora in corso, con promessa di aggiornamenti in estate. Tradotto: adesso si prende tempo, si affida tutto a una revisione indipendente e si spera che nel frattempo l’attenzione pubblica si sposti altrove.
La fondazione insiste sul fatto di non aver mai pagato Epstein né di averlo ingaggiato formalmente, come se il punto decisivo fosse la riga di bilancio e non il fatto stesso che un personaggio del genere orbitasse attorno a una delle più grandi macchine filantropiche del pianeta. Ha anche detto di rimpiangere qualsiasi coinvolgimento avuto con lui tramite il proprio personale. Un pentimento molto sobrio, molto istituzionale, molto postumo.
Le foto di Gates con Epstein
Il vero problema, naturalmente, resta Bill Gates. Perché non si parla di un’ombra lontana o di un contatto marginale, ma di una relazione che continua a produrre imbarazzo ogni volta che emergono nuovi documenti. Nei fascicoli del DOJ compaiono anche foto di Gates con Epstein e con donne dai volti oscurati. Gates continua a sostenere che il rapporto riguardasse solo la filantropia, che incontrarlo sia stato un errore, e che non abbia mai trascorso tempo con le vittime degli abusi.
Nel frattempo, un portavoce fa sapere che in un incontro interno Gates si è assunto la responsabilità delle sue azioni. Il minimo indispensabile, insomma, ma confezionato come gesto di grande maturità morale. In sostanza, la fondazione sta facendo quello che fanno tutte le grandi organizzazioni quando una storia tossica torna a galla: commissionare una revisione, rafforzare il linguaggio etico e tentare di salvare la reputazione.
Il problema è che qui non si tratta di una svista amministrativa o di un partner imbarazzante scoperto troppo tardi. Si tratta del fatto che per anni nessuno, ai piani alti, pare abbia ritenuto intollerabile avere a che fare con Jeffrey Epstein. Adesso sì, adesso è un problema. Adesso che ci sono i documenti, le email, le foto e il rumore pubblico. Che coincidenza straordinaria.

