Sottrazione dei minori è un’espressione fredda, burocratica, ma dietro queste parole si nascondono storie che lasciano segni indelebili. Quella che segue è la testimonianza di Francesco, che racconta cosa significa crescere portandosi dentro il trauma di essere stato portato via da casa a soli cinque anni, separato dai fratelli e privato di ogni punto di riferimento affettivo.
Francesco oggi ha 24 anni. Il passato lo tormenta ancora. Confessa di avere interiorizzato un trauma che non lo ha mai abbandonato. Un trauma che ha condizionato tutta la sua giovane età. Ogni rapporto, ogni relazione, di amicizia, di amore, di lavoro sono stati sempre, nella sua psiche e nel suo cuore, avvolti da un senso di precarietà, di abbandono. “Mi chiedo sempre se durerà o se tutto verrà interrotto bruscamente, da un momento all’altro. In fondo è già successo”
Aveva solo 5 anni quando due assistenti sociali si sono presentate nella sua casa in un paese della Campania e lo hanno letteralmente prelevato assieme ai suoi quattro fratelli. “Mia sorella che allora aveva un anno è quella che ha sofferto meno, non ricorda nulla di quell’episodio, ma mio fratello di 9 anni urlava, non voleva andare e minacciava di buttarsi giù dalla finestra” racconta Francesco.
Nessuna mediazione, nessuna forma di empatia, niente che aiutasse quei cinque bambini a metabolizzare ciò che stava accadendo. Solo la mera esecuzione di un provvedimento, come se non si trattasse di bambini impauriti ma di oggetti da spostare altrove. E quell’altrove vede i cinque fratelli separati, dislocati in strutture diverse.
Sottrazione dei minori: aiutare una famiglia o distruggerla?
Ma di quale grave delitto si era macchiata quella famiglia per arrivare alla drammatica soluzione che Francesco racconta come infinitamente traumatica? Purtroppo il loro padre beveva e non lavorava e dunque in quella casa mancavano certamente le risorse per andare avanti. La madre, povera donna, faceva quello che poteva e anche se si dibatteva nelle difficoltà economiche era comunque una madre presente, affettuosa.
E dunque, si chiede Francesco con amarezza, perché non aiutare la famiglia, lavorare tutti insieme, assistenti sociali e strutture predisposte, per mantenere intatta quella che, pur con tutte le difficoltà, era una famiglia dove oltre all’affetto della madre, c’erano la complicità e la vicinanza dei fratelli?
Francesco resterà per tre anni in una casa famiglia di Torre del Greco. E di quei tre anni ricorda l’immenso vuoto, l’anaffettività degli operatori che per quei piccoli non avevano mai un gesto di affetto, una favola della buonanotte, una parola dolce. “Venivamo da realtà difficili e la cura erano le sberle e il vuoto di ogni calore umano”.
Poi si sono susseguiti gli incontri con i probabili genitori affidatari e infine, a otto anni, l’adozione.
Francesco ha parole dure per gli assistenti sociali e gli operatori che lo hanno seguito. Sono sadici, dice.
Certamente non saranno tutti così. Ma se anche un solo bambino avrà questo ricordo, questa percezione, vuol dire che il sistema ha fallito.
Questa storia non è un caso isolato. È parte di un sistema che colpisce troppe famiglie nel silenzio generale.
Per questo stiamo lavorando al progetto “SOTTRATTI”, un’inchiesta indipendente sulle separazioni forzate, sugli affidi e sulle ferite che restano per sempre.
Se credi che queste storie debbano essere raccontate, se pensi che la verità non possa essere archiviata, aiutaci a realizzare “SOTTRATTI”.
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