Daniela Sbrollini è oggi al centro di una polemica che va ben oltre il perimetro del Consiglio regionale del Veneto e che tocca un nervo scoperto della gestione sanitaria post-pandemica: la sorte delle persone che dichiarano di aver subito effetti avversi dopo la vaccinazione anti Covid-19.
La senatrice di Italia Viva ha annunciato un’interrogazione parlamentare contro la mozione presentata dai consiglieri veneti Riccardo Szumski e Davide Lovat, esponenti di Resistere Veneto, i quali chiedono l’istituzione di ambulatori specialistici interamente pubblici all’interno del Servizio Sanitario Regionale per la diagnosi e la presa in carico di questi cittadini.

La proposta, nel merito, appare difficilmente contestabile sul piano etico e giuridico. Si tratta di affrontare una realtà che esiste e che viene sistematicamente rimossa dal dibattito pubblico: migliaia di persone che, dopo un atto sanitario promosso o imposto dallo Stato, denunciano danni e si sentono abbandonate, negate o costrette a rivolgersi al privato. In uno Stato di diritto, prendersi cura di chi afferma di essere stato danneggiato non è un atto eversivo, ma una responsabilità istituzionale.
Daniela Sbrollini: “Provocazione grave e irresponsabile”
Eppure, la reazione di Italia Viva e di Daniela Sbrollini va nella direzione opposta. Nel suo intervento pubblico, la senatrice definisce la mozione “una provocazione grave e irresponsabile”, accusandola di alimentare paure infondate e di offendere la memoria delle vittime della pandemia e il lavoro del personale sanitario. Un argomento emotivo, che sposta il confronto dal merito alla morale, e che finisce per trasformare la cura dei danneggiati in un tabù politico.
Il paradosso è evidente e difficile da ignorare: prima si impongono obblighi vaccinali diretti o indiretti, con limitazioni pesantissime dei diritti fondamentali; poi, quando emergono richieste di assistenza da parte di chi lamenta conseguenze negative, la risposta diventa la delegittimazione, l’accusa di “no vax” e persino l’intervento parlamentare per bloccare ambulatori pubblici. Non una presa in carico, ma una rimozione.
La mozione di Szumski e Lovat non chiede risarcimenti automatici né verità alternative, ma strumenti clinici pubblici, trasparenti, accessibili. Esattamente ciò che dovrebbe garantire un Servizio Sanitario che si definisce universale. Rifiutare perfino questo significa accettare che esistano cittadini di serie B, sacrificabili in nome di una narrazione che non ammette incrinature.
La posizione di Daniela Sbrollini e di Italia Viva solleva quindi una questione più ampia: la sinistra istituzionale è ancora capace di distinguere tra tutela della salute pubblica e negazione dei diritti individuali? Oppure la gestione della pandemia è diventata un dogma intoccabile, al punto da rendere “offensiva” perfino la cura di chi ne porta le conseguenze?
Perché una sanità che non si assume la responsabilità dei propri effetti collaterali non è forte. È fragile. E profondamente ingiusta.