San Gallo torna al centro del dibattito europeo sui diritti fondamentali con una proposta che inquieta e indigna: una multa fino a 20.000 franchi per chi rifiuta la vaccinazione in situazioni definite di “emergenza sanitaria”.
Secondo il Governo cantonale, la sanzione scatterebbe solo in caso di “pericolo elevato per la popolazione”. Ma è proprio qui che si apre una frattura profonda: chi stabilisce quando il pericolo è tale da giustificare la sospensione della libertà individuale? E soprattutto, è accettabile che la scelta sul proprio corpo venga di fatto comprata o estorta attraverso una minaccia economica così pesante?
L’Unione Democratica di Centro (UDC) ha espresso una netta opposizione, definendo la misura assurda e fuori scala. E non senza ragioni: multe di questa entità sono rare persino in ambito penale. Qui, invece, vengono ipotizzate per chi esercita una scelta personale, legata alla propria salute e alla propria coscienza. Il messaggio che passa è chiaro: non sei libero di scegliere, sei solo libero di pagare.
Il consigliere di Stato Bruno Damman ha provato a minimizzare, sostenendo che non si tratterebbe di un vero obbligo: si può decidere se vaccinarsi o pagare. Ma questa è una distinzione puramente formale. Quando la sanzione è così elevata, la libertà diventa una finzione. È una coercizione mascherata, un ricatto istituzionalizzato.
San Gallo oggi, domani chi?
A rendere il quadro ancora più inquietante è la formulazione iniziale della legge, che parlava esplicitamente di “obbligo di vaccinarsi”. Solo dopo le proteste e le centinaia di reazioni negative emerse in consultazione, il Governo ha iniziato a parlare di un possibile cambio di linguaggio, sostituendo la parola “obbligo” con “dovere”. Ma cambiare le parole non cambia la sostanza.
Questa norma si fonda sulla legge federale sulle epidemie del 2013. Una legge approvata in un contesto completamente diverso, ben prima dell’esperienza traumatica del Covid-19. Un’esperienza che avrebbe dovuto insegnare prudenza, autocritica, rispetto delle libertà. Invece, sembra aver lasciato in eredità un’idea pericolosa: che in nome dell’emergenza tutto sia lecito.
È legittimo chiedersi: è servito davvero il Covid a questo? Ad abituare i cittadini all’idea che lo Stato possa imporre trattamenti sanitari, punendo chi dissente? A normalizzare l’eccezione, trasformandola in regola?
Qui non si parla più di sanità, ma di precedenti politici e culturali. Di un modello che rischia di scivolare verso una forma di autoritarismo sanitario, dove il dissenso non viene argomentato, ma sanzionato. Siamo davanti a qualcosa che assomiglia molto a una deriva dittatoriale.