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Quando una richiesta d’aiuto si trasforma in una condanna

di Redazione Playmastermovie

L’appello di Lusaida Calvano ai servizi sociali e alle istituzioni.

«Io mio figlio lo amo. Non chiedo di portarlo via a nessuno, chiedo solo di poterlo aiutare diversamente».
È con queste parole, semplici e dirette, che Lusaida Calvano, madre, affida a un appello pubblico la sua storia, raccolta durante il presidio organizzato a Campoli per sensibilizzare l’opinione pubblica sul caso della famiglia Del Bosco e su una realtà più ampia e complessa, quella degli affidi e degli allontanamenti illeciti dei minori.

La sua è una richiesta di ascolto, che nasce da anni di difficoltà, paura e amore profondo per suo figlio.

Durante il periodo della pandemia, il figlio di Lusaida ha iniziato a manifestare comportamenti sempre più complessi, il rifiuto della didattica a distanza, poi della scuola in presenza, crisi improvvise, difficoltà nella gestione quotidiana. La situazione è diventata ingestibile. Dopo visite e accertamenti, è arrivata una diagnosi inattesa: sindrome di Asperger. Una scoperta che ha dato un nome a comportamenti che prima sembravano incomprensibili, ma che non ha automaticamente portato a un supporto adeguato. Nel tentativo di gestire i momenti di forte crisi, Lusaida e il padre hanno chiesto aiuto e si sono rivolti ai servizi sociali chiedendo supporto. Inizialmente è stato proposto l’inserimento in una casa famiglia. Una scelta accettata con dolore ma anche nella convinzione che fosse un passaggio temporaneo.

L’esperienza però si è interrotta subito, il bambino reagiva in modo aggressivo, mordendo le educatrici, e la struttura non era più in grado di accoglierlo. Tornato a casa, il bambino si è calmato sensibilmente. Con il passare del tempo le difficoltà sono riemerse. Ancora una volta, Lusaida ha chiesto aiuto. Ancora una volta, la risposta è stata una struttura. In un momento di grande fragilità emotiva e senza alternative concrete proposte, entrambi i genitori hanno accettato. Oggi Lusaida si trova davanti a una realtà che non aveva previsto, per riportare suo figlio a casa, le viene detto che serve un avvocato, un intervento legale, un’autorizzazione del Tribunale per i Minorenni. La domanda che pone è semplice e disarmante: si può chiedere aiuto allo Stato senza temere conseguenze irreversibili? Perché un avvocato significa costi. E se una famiglia non può permetterseli? Che fine fanno quei bambini? Restano in struttura fino ai 18 anni? «Io avevo chiesto un educatore a casa. Un supporto. Non questo», racconta.
La struttura è stata accettata come unica possibilità, non come scelta consapevole e definitiva. «Io mio figlio lo amo. Voglio che mi aiutino diversamente, non tenendolo rinchiuso in una struttura». Lusaida chiede a gran voce un aiuto diverso, chiede di non vivere ogni giorno nell’ansia di un futuro che sembra deciso da altri.

A questo punto, però, una domanda non può più essere evitata. Quando una madre e un padre chiedono aiuto allo Stato e si ritrovano costretti a rivolgersi a un avvocato per riabbracciare il proprio figlio, siamo ancora davanti a una forma di tutela o siamo già dentro un abuso istituzionale? Perché un bambino non può tornare nella sua famiglia, se non c’è maltrattamento, se non c’è abbandono, se c’è amore, presenza e disponibilità a farsi accompagnare in un percorso di sostegno? Perché trasformare una richiesta di aiuto in un procedimento giudiziario?

Chiedere l’intervento di un avvocato per consentire a un bambino di dormire a casa sua, con sua madre e suo padre, non è protezione, è una distorsione del sistema di tutela. È un meccanismo che punisce chi chiede aiuto, scoraggiando altre famiglie dal rivolgersi ai servizi sociali per paura di perdere i propri figli. Questo non è accompagnamento, non è sostegno, non è cura. È un’ingiustizia che assume i contorni di un abuso istituzionale, perché priva una famiglia del diritto fondamentale di stare insieme senza che vi sia una reale e comprovata necessità.

Durante il presidio, Alessandro Amori, impegnato nella realizzazione del documentario Sottratti, ha raccolto purtroppo molte altre testimonianze drammatiche come questa. Storie di genitori che vivono nell’ombra, nel silenzio e nella paura, e che difficilmente trovano spazio pubblico. Da queste voci nasce l’urgenza di fare luce su una realtà oscura, nella speranza che raccontare significhi aprire la strada a una giustizia più umana. Sottratti nasce con questo obiettivo e sostenere la sua produzione significa contribuire a rompere il silenzio. Sostieni la realizzazione del documentario qui