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VITT - il vaccino Covid e la trombosi con carenza di piastrine

VITT: il vaccino Covid e la trombosi con carenza di piastrine, svelato il meccanismo dei coaguli di sangue

di Carmen Tortora

VITT torna al centro del dibattito scientifico dopo la scoperta del meccanismo che collega i vaccini anti Covid a vettore adenovirale alla trombosi con carenza di piastrine.

Il copione si ripete con una precisione quasi rituale: anni di studi, titoli rassicuranti, l’annuncio solenne di una verità finalmente “definitiva”. Una liturgia mediatica che non sorprende più, che scivola addosso al pubblico come qualcosa di già visto, già sentito, già metabolizzato. Questa volta il riflettore illumina la VITT, la trombocitopenia trombotica immunitaria indotta da vaccino, descritta come rarissima ma gravissima, ora spiegata nei minimi dettagli molecolari. Un team internazionale guidato dagli scienziati dell’Università Flinders di Adelaide afferma di aver chiarito il meccanismo: non la proteina Spike, ma il vettore adenovirale sarebbe il vero fattore scatenante. L’adenovirus – utilizzato per trasportare l’antigene nei vaccini AstraZeneca e Johnson & Johnson – conterrebbe una proteina (pVII) che, in un ristretto numero di individui geneticamente predisposti, verrebbe scambiata dal sistema immunitario per il fattore piastrinico 4 (PF4). Da qui la reazione a catena: autoanticorpi anti-PF4, coagulazione anomala, piastrine che precipitano. Il “mistero” della VITT, ci viene detto, sarebbe risolto.

In superficie, la scena appare come una vittoria limpida della scienza, quasi una redenzione collettiva. Ma basta inclinare leggermente lo sguardo per cogliere un’altra dinamica, meno visibile e più sottile. Si ammette il danno, lo si delimita (“pochissimi casi su milioni”), lo si attribuisce a un dettaglio tecnico e immediatamente si offre la soluzione. Modificare o rimuovere la proteina incriminata per ottenere vaccini adenovirali “più sicuri”. Il messaggio implicito vibra sotto la pelle del discorso: la tecnologia non è il problema, basta correggere un ingranaggio. Nel frattempo si ricorda che i vaccini a vettore adenovirale sono stati ritirati e che oggi il palcoscenico è occupato quasi interamente dai vaccini a mRNA.

Origine molecolare della trombosi e ruolo del vettore adenovirale

Qui emerge il passaggio più rivelatore: la distinzione studiata al millimetro tra piattaforme. Adenovirus sotto accusa, mRNA preservato dal sospetto attraverso una rassicurazione indiretta. L’attenzione si concentra su ciò che non è più in uso, mentre ciò che domina il presente resta sullo sfondo, protetto, quasi intoccabile. È una strategia narrativa riconoscibile: circoscrivere il rischio, miniaturizzarlo statisticamente, collocarlo nel passato. Prima si riconosce il problema, poi lo si ridimensiona, infine lo si archivia come capitolo chiuso. La VITT diventa così un incidente confinato a una tecnologia ormai dismessa, non una crepa che attraversa l’intero paradigma vaccinale pandemico.

Eppure, la stessa ricerca introduce elementi che, se osservati senza filtri celebrativi, aprono interrogativi più inquieti. Gli autori descrivono una specifica ipermutazione somatica degli anticorpi in soggetti portatori degli alleli IGLV3-21*02 o *03. Non si parla solo di “sfortuna statistica”, ma di suscettibilità immunogenetica. Questo dettaglio cambia il colore della storia: la rarità dell’evento non coincide necessariamente con la sua totale imprevedibilità biologica. Se esistono profili genetici più esposti, la questione si sposta su un terreno più delicato. Screening preventivo? Consenso informato differenziato? Farmacovigilanza mirata? Domande che nei comunicati stampa restano ai margini, come ombre sfocate ai bordi dell’inquadratura.

VITT e suscettibilità genetica: cosa emerge dalla ricerca

Il tono trionfale dei ricercatori – “viaggio affascinante”, “trilogia di pubblicazioni sul New England Journal of Medicine” – costruisce la sensazione di una storia chiusa con lieto fine. La scienza ha capito, quindi la scienza può migliorare. Sipario. Ma chi osserva con occhio meno incantato coglie il paradosso: la spiegazione del meccanismo autoimmune non cancella i casi fatali registrati durante la campagna vaccinale. Li spiega, semmai. E spiegare non equivale a dissolvere. La comprensione non restituisce le vite perdute né spegne il disagio di chi ha visto il rischio trasformarsi in realtà concreta.

A incrinare ulteriormente la linearità del racconto entra un secondo blocco narrativo, di segno opposto. Uno studio ecologico pubblicato sull’International Journal of Risk & Safety in Medicine, firmato da Raphael Lataster e colleghi, sposta il focus dal microscopio alla statistica. Qui non si parla di proteine o anticorpi, ma di mortalità in eccesso in Australia nel 2021. Quattro regioni – Queensland, Australia Occidentale, Australia Meridionale, Territorio del Nord – con bassi tassi di infezione, lockdown limitati e coperture vaccinali superiori all’89% mostrano un aumento dei decessi in eccesso. I numeri citati: 361 decessi in più nel Queensland, 140 in Australia Occidentale, 68 in Australia Meridionale, 76 nel Territorio del Nord. Totale: 645 decessi aggiuntivi. Decessi classificati “da o con Covid”: 10. La lettura proposta dagli autori è netta: il 98,4% dei decessi in eccesso non attribuito al Covid.

Dalla spiegazione scientifica al dibattito pubblico

Qui la retorica si capovolge. Se nel primo racconto la rarità del rischio vaccinale viene enfatizzata, nel secondo la vaccinazione di massa diventa il principale sospettato residuo. Basse infezioni, pochi lockdown, mortalità Covid in calo – resta la campagna vaccinale come variabile temporale dominante. È la logica dell’analisi ecologica: osservare correlazioni a livello di popolazione. Ma proprio questa metodologia è terreno di scontro nella letteratura scientifica. Le correlazioni ecologiche non dimostrano causalità individuale; possono essere influenzate da fattori confondenti: ritardi diagnostici, effetti indiretti dei lockdown, cambiamenti nei comportamenti sanitari, dinamiche stagionali, variazioni demografiche.

Il contrasto tra le due versioni genera una tensione narrativa che il pubblico percepisce anche senza analizzarne i dettagli metodologici. Da un lato, la medicina molecolare individua un meccanismo preciso per una reazione avversa rarissima. Dall’altro, un’analisi statistica suggerisce che la mortalità in eccesso non si spiega con il Covid nelle regioni considerate. Le implicazioni divergono come correnti opposte: rassicurazione tecnologica contro sospetto sistemico. Entrambe le letture hanno limiti. La prima rischia di ridurre il problema a un dettaglio tecnico; la seconda di sovrainterpretare correlazioni aggregate.

Correlazioni statistiche e interpretazioni a confronto

Nel dibattito pubblico, tuttavia, i limiti metodologici raramente conquistano il centro della scena. A guidare la percezione non è la statistica, ma la psicologia della comunicazione: framing, selezione lessicale, gerarchie implicite di rilevanza. A dominare sono emozioni primarie, reazioni viscerali, appartenenze quasi tribali. Prevale la polarizzazione: fiducia totale o rifiuto totale. In mezzo, lo spazio per un’analisi sobria si restringe. È più facile aderire a una rassicurazione o a un allarme che sostare nella complessità, dove convivono probabilità, incertezze residue, benefici medi e costi rari ma drammatici.

La sequenza australiana del 2021 può essere letta in modi divergenti. Interpretazione critica: vaccinazione rapida seguita da aumento dei decessi in eccesso. Interpretazione alternativa: effetti ritardati della pandemia globale, stress del sistema sanitario, diagnosi mancate, patologie non trattate in tempo, cambiamenti nelle classificazioni di causa di morte. Senza analisi individuali dettagliate e controlli rigorosi per confondenti, il passaggio da correlazione a causalità resta scivoloso – un ghiaccio sottile sotto il peso delle convinzioni.

Rischio, comunicazione e fiducia nella sanità pubblica

Resta però un dato comunicativo potente, quasi ipnotico nella sua ripetizione: mentre si celebrano i progressi nella comprensione della VITT legata agli adenovirus, la narrativa dominante continua a sostenere la centralità dell’mRNA come piattaforma di riferimento. Non perché dichiarata esente da rischi – nessun farmaco lo è – ma perché inserita in un bilancio benefici/rischi giudicato favorevole dalle principali agenzie regolatorie. Qui si apre un ulteriore fronte di frizione: fiducia nelle istituzioni sanitarie contro diffidenza verso possibili conflitti di interesse, trasparenza dei dati, farmacovigilanza a lungo termine.

Il consenso scientifico attuale ribadisce che gli eventi avversi gravi restano rari rispetto ai benefici nella prevenzione delle forme severe di Covid. I critici replicano che la valutazione dei rischi a medio-lungo termine, soprattutto per tecnologie relativamente nuove, richiede tempi e dati che la fase emergenziale non poteva offrire. Due prospettive che riflettono priorità differenti: gestione immediata della crisi sanitaria versus prudenza epistemica.

In questo spazio carico di tensioni, il linguaggio mediatico diventa un attore decisivo. Parole come “rarissimo”, “definitivamente luce”, “più sicuri” orientano la percezione del rischio, levigano gli spigoli, attenuano l’impatto emotivo. Allo stesso modo, espressioni come “morti da vaccino”, “campagna sperimentale”, “sequenza inequivocabile” amplificano l’allarme, accendono la paura, scavano solchi profondi nella fiducia collettiva. La realtà scientifica – fatta di probabilità, intervalli di confidenza, incertezze metodologiche – fatica a sopravvivere tra narrazioni contrapposte.

La questione più fragile e più umana resta quella della fiducia

Quando emergono studi che indicano correlazioni inquietanti, una parte del pubblico percepisce conferme di timori sedimentati. Quando altri studi chiariscono meccanismi e propongono miglioramenti, un’altra parte vede la prova che il sistema funziona. In assenza di un terreno condiviso di interpretazione, ogni dato diventa un simbolo, ogni numero una bandiera, ogni pubblicazione un campo di battaglia.

Il nodo autentico forse non è decretare vincitori nel teatro delle narrazioni, ma riconoscere che la scienza procede per approssimazioni successive, revisioni, conflitti interni. La spiegazione molecolare della VITT non elimina il bisogno di monitorare gli esiti a lungo termine delle campagne vaccinali. Le analisi ecologiche sulla mortalità non sostituiscono le indagini cliniche individuali. Sono livelli diversi di osservazione, ciascuno con potenzialità e limiti.

Tra rassicurazioni ufficiali e sospetti persistenti prende forma un paesaggio emotivo segnato da cicatrici invisibili: famiglie che ricordano, cittadini che dubitano, medici che difendono dati, ricercatori che affinano modelli. E sotto, un brusio costante di inquietudine collettiva, fatto di domande mai del tutto sopite. Ridurre tutto a celebrazione o a condanna impedisce di affrontare la questione centrale: come convivere con l’incertezza quando benefici collettivi e rischi individuali si intrecciano. La scienza non è un tribunale che emette sentenze finali, ma un processo che accumula evidenze, corregge errori, ridefinisce ipotesi. La politica sanitaria, invece, deve decidere anche quando le evidenze sono incomplete.

La “riabilitazione sottile” o la “spinta subdola” non operano solo sul piano dei fatti, ma soprattutto su quello delle percezioni. Nascono dentro un ecosistema informativo frammentato, dove fiducia e sospetto si contendono lo stesso spazio mentale. In questo scenario, l’unica via solida resta la trasparenza radicale dei dati, il confronto metodologico aperto e la distinzione rigorosa tra ciò che è dimostrato, ciò che è plausibile e ciò che resta ignoto. È lì, lontano dal frastuono degli slogan, che può sopravvivere un dibattito all’altezza della complessità che pretende di spiegare.