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Fascicolo sanitario elettronico

Fascicolo Sanitario Elettronico: crolla la fiducia

di Carmen Tortora

Ci stanno provando con ogni mezzo: maxi-cartelloni, conferenze, spot istituzionali. In Campania, Vincenzo De Luca, presidente della Regione, ha fatto installare pubblicità ovunque per celebrare il Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE), venduto come il trionfo della modernità digitale. Ma dietro questo entusiasmo mediatico si nasconde una realtà ben più scomoda – e ormai sempre più persone non abboccano più.

Secondo la Fondazione Gimbe, solo 4 documenti sanitari su 16 risultano effettivamente disponibili in tutte le Regioni. E solo il 42% dei cittadini italiani ha fornito il consenso alla consultazione dei propri dati. Un numero già basso, che precipita nel Sud: in Campania, Abruzzo e Calabria il consenso è inchiodato all’1%. Non è ignoranza, è resistenza. È la prova tangibile che la gente comincia a diffidare, a sentire puzza di bruciato sotto la patina “smart”.

C’è qualcosa che non torna: se davvero il FSE fosse uno strumento utile e rivoluzionario, perché serve tutta questa propaganda? Perché milioni di euro per farcelo accettare a forza, invece di investire in ciò che dovrebbe davvero contare, cioè medici, infermieri, strutture? Forse perché il vero scopo non è la salute del cittadino, ma il controllo centralizzato dei suoi dati sanitari.

Fascicolo Sanitario Elettronico? No grazie

La gente non vuole più delegare tutto. Non si fida di un sistema che promette efficienza ma funziona a macchia di leopardo, dove i tuoi dati sono visibili in Veneto ma invisibili in Sicilia, dove il tuo referto può essere letto da centinaia di operatori senza che tu ne abbia piena consapevolezza, dove il consenso informato è una formalità da cliccare e non una scelta davvero libera.

E mentre la comunicazione istituzionale spinge, i numeri dicono altro: appena il 21% dei cittadini ha effettivamente consultato il proprio FSE, anche tra coloro che hanno almeno un documento caricato. Nelle regioni del Mezzogiorno, l’utilizzo reale è sotto l’11%. La narrazione ufficiale parla di “scarsa alfabetizzazione digitale”. Ma è un alibi. La verità è che molti iniziano a rifiutare consapevolmente il meccanismo.

Perché l’intuizione arriva, anche senza grandi discorsi: nessuno ha spiegato con chiarezza come saranno gestiti questi dati, chi potrà vederli, se saranno usati per fini statistici, assicurativi, predittivi, o magari per incroci con altri database governativi. Nessuno garantisce davvero che un giorno non saranno collegati a sistemi di credito sociale o modelli di sanità a punteggio, dove l’accesso alle cure dipenderà dal tuo “profilo digitale”.

Centralizzazione del dato personale

E allora, granello dopo granello, la fiducia si sgretola. Parlate con chiunque: sempre più persone iniziano a sentire che qualcosa non quadra. Che dietro la “sanità digitale” si muove una logica di accentramento, di tracciabilità, di sorveglianza sistematica mascherata da progresso.

Il Fascicolo Sanitario Elettronico, oggi, è poco più che una vetrina vuota in molte regioni. Ma il progetto politico è tutt’altro che vuoto: si chiama centralizzazione del dato personale. E a qualcuno interessa che diventi il nuovo standard. Ma la gente si sveglia. Piano, ma si sveglia. E quando il sospetto diventa senso comune, non c’è propaganda che tenga.

Bisogna solo continuare a seminare il dubbio, con pazienza. Un dialogo alla volta. Un’osservazione alla volta. Perché forse non siamo davvero così stupidi come sperano.

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