Le feste appena trascorse, per me, sono state all’insegna di un cambiamento profondo. Un cambio di rotta che non avevo programmato, ma al quale mi sono trovato a rispondere quasi naturalmente.
Durante la produzione del mio documentario sul digiuno secco, negli ultimi mesi, la mia attenzione è stata colpita su ciò che stava accadendo intorno a me. In particolare, su una vicenda che ha avuto grande risonanza pubblica: quella della famiglia del bosco, salita alla ribalta nelle ultime settimane. Una storia che parla di figli sottratti, famiglie spezzate, ferite.
Questo mi ha portato, insieme al mio collaboratore Ciro Mauriello, a fermarmi. A fare una pausa dal documentario sul digiuno secco e a dedicarmi a un nuovo progetto, che ho sentito come un atto dovuto. Una risposta a cui non si può sottrarre lo sguardo, se si è padri, cittadini, attivisti e filmmaker. Perché certe storie non si possono ignorare.
Per questo motivo ho deciso di trascorrere il giorno di Natale e Santo Stefano insieme a due famiglie che quest’anno hanno vissuto le feste senza i propri figli. Un Natale sospeso, un presepe mancato lo definirei, dove la mangiatoia quest’anno era vuota. In quelle case, come in tante altre, il Bambino non c’era. E l’immagine che mi ha attraversato è stata dura ma chiarissima: uno Stato che ha rapito Gesù Bambino.

L’atmosfera in quelle case era densa, carica di dolore e tensione. Chi ha espresso rabbia, chi frustrazione, chi impotenza, chi si è chiuso in un silenzio rigido. Ingiustizie e abusi che lasciano segni profondi, non solo in chi li subisce direttamente, ma anche in chi li incontra e li ascolta. Non ci si abitua mai a certe ferite, e nemmeno io ne sono uscito indenne.
Le mie feste sono poi proseguite anche a capodanno, ancora una volta in modo lontano dalle convenzioni. Il mio viaggio mi ha portato all’ashram Dimora di Luna, fondato da Luigi Silvestri, che ho conosciuto in questi mesi e che ho avuto il piacere di intervistare. Un luogo dove ho finalmente potuto dedicarmi al mio quarto digiuno secco, un appuntamento che cercavo da tempo ma che avevo sempre rimandato per mancanza di tempo, lavoro, impegni familiari.

All’ashram ho trovato la tranquillità ideale per entrare nel digiuno: una preparazione a base di succhi e tisane, seguita da cinque giorni di digiuno secco, quindi senza cibo e acqua. In quel contesto, mentre il corpo faceva il suo lavoro di autoriparazione e rigenerazione, ho potuto dedicarmi anche a un percorso di purificazione più ampio, nello stile proposto da Luigi: meditazioni quotidiane, yoga. Una purificazione del corpo, della mente e dello spirito.
Il tutto è culminato nei primi giorni di gennaio, in coincidenza con la luna piena. Un’esperienza intensa e difficile da raccontare a parole. Ricordo la mezzanotte di capodanno: nella vallata tra le colline lucchesi si udivano i botti, i festeggiamenti. Noi, invece, eravamo nella grande sala dell’ashram, immersi nel silenzio interiore. Ascoltavamo il mondo festeggiare, restando fermi.

In quel vuoto, il mio pensiero è tornato ai tanti capodanni convenzionali del passato. Alle cosiddette “feste comandate”, che spesso tolgono più di quanto diano, che limitano la libertà di essere, di sentire davvero.
E lì, in quel silenzio, mi sono sentito felice. Ho avuto la sensazione che, a 52 anni, stessi vivendo le feste natalizie più dense di significato della mia vita. Non perché fossero facili, ma perché erano vere.
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