I social hanno sdoganato il narcisismo e il disagio mentale, e la cosa peggiore è che tutto è monetizzabile.
Viviamo in un’epoca in cui non è necessario essere competenti, equilibrati o persino onesti per avere visibilità. Basta avere una connessione internet e… un disagio da condividere! I social network hanno progressivamente sdoganato comportamenti che, fino a pochi anni fa, sarebbero stati riconosciuti come segnali di disagio mentale o narcisismo patologico. Ora, invece, diventano contenuti virali. E spesso, monetizzabili.
Ciò che un tempo si raccontava con pudore allo psicologo o in una cerchia ristretta, oggi si urla su TikTok. Le crisi d’ansia, le rotture sentimentali, i disturbi alimentari, gli attacchi di panico: tutto è materiale per contenuti. Il dolore è diventato spettacolo. Si, ci sono testimonianze che sensibilizzano, che informano, che aiutano davvero, ma nella maggior parte dei casi, ciò che vediamo è un teatrino costruito sulla ricerca di attenzione, di like, di follower. E infine: di denaro.
Ci sono creator che pubblicano ogni lacrima, ogni diagnosi, ogni trauma reale o costruito, con la certezza che il pubblico premierà l’autenticità. Ma la domanda che dobbiamo porci è: cos’è davvero autentico, quando c’è un algoritmo da assecondare e una monetizzazione in ballo?
Un esempio recente ha imperversato sui social: una ragazza ha denunciato pubblicamente, in un video, un presunto caso di “violenza sessuale verbale” ricevuta da un medico in ospedale. Il motivo? Una battuta inopportuna, secondo il racconto, fatta durante un consulto. Il video è diventato virale in poche ore, generando indignazione, solidarietà, ma anche dubbi legittimi.
Nessuno nega che ci siano professionisti inadeguati o atteggiamenti da stigmatizzare, ma ciò che è accaduto ha messo in luce una dinamica inquietante: prima ancora di rivolgersi a un ordine professionale o a un’autorità competente, si punta alla gogna pubblica. Perché? Perché il post genera engagement. E l’engagement genera visibilità. E la visibilità, oggi, si converte in soldi, collaborazioni, notorietà.
In questo scenario, anche le esperienze più intime e complesse vengono banalizzate, svuotate di senso, ridotte a “contenuto” da lanciare nel feed per qualche ora di notorietà.
La riflessione che vogliamo stimolare è questa: cosa resta di autentico in un mondo dove ogni gesto può essere trasformato in un’opportunità economica? E soprattutto: siamo ancora noi a usare i social, o sono i social a usare noi?