“Dovete tenere un profilo basso.” È questa la frase che gli avvocati ripetono ai loro assistiti quando si parla di affidi e sottrazioni dei minori. Una frase che pesa come un macigno, perché non invita solo alla prudenza, ma si traduce in silenzio, rinuncia a esporsi, paura di parlare.
Negli ultimi due mesi, nella redazione di Playmastermovie, abbiamo ricevuto decine e decine di segnalazioni di casi di sottrazioni indebite e ingiuste dei figli. Madri e padri che raccontano storie dolorose, complesse, spesso accomunate da un senso profondo di impotenza. Ci siamo messi a disposizione per ascoltare, raccogliere testimonianze e dare loro spazio all’interno del documentario che stiamo realizzando “Sottratti”. Eppure, dopo aver raccontato tutto, in molti hanno fatto un passo indietro. Il motivo è sempre lo stesso: i loro avvocati hanno chiesto di non esporsi, di non fare clamore, di non infastidire i giudici, di “tenere un profilo basso”.
E qui si apre una riflessione inevitabile: il silenzio su queste tematiche protegge lo status quo e consente di fatto a un sistema di continuare a funzionare senza essere messo davvero in discussione.
E alla narrazione dominante, quella mainstream, di proseguire indisturbata nel raccontare una storia parziale, spesso distante da ciò che molte famiglie dichiarano di vivere sulla propria pelle.
Se chi subisce non parla, se chi potrebbe testimoniare resta chiuso in casa per paura di peggiorare la propria posizione, allora lo spazio pubblico resta vuoto. E quel vuoto viene riempito sempre dagli stessi racconti, dalle stesse versioni ufficiali, dalle stesse strumentalizzazioni.
Per questo quanto è accaduto al presidio a Palmoli è emblematico. A pochi metri dalla casa di Nathan, il papà della famiglia Del Bosco, durante il presidio organizzato per chiedere il ricongiungimento della famiglia e per dare voce alle centinaia di vittime del sistema degli affidi, erano presenti solo tre mamme e un papà. Quattro persone. E tutti gli altri dove erano? A casa, in silenzio. Tenuti a bada da avvocati che, dal punto di vista processuale, chiedono di non esporsi, ma che di fatto contribuiscono a spegnere ogni voce pubblica.
Il risultato è un paradosso: un sistema che viene denunciato da molti, ma contestato pubblicamente da pochi. Un problema che, proprio perché resta sommerso, non emerge come questione collettiva e diventa il terreno ideale perché tutto resti esattamente com’è.
In questo contesto, il nostro lavoro di documentazione diventa estremamente complesso. Già viene messo a dura prova da una costante precarietà economica, ma così rischia di infrangersi contro un muro di gomma che, pur avendo cause comprensibili, finisce per tradursi in omertà, un’abitudine tipicamente italiana, segno di un preoccupante deficit di senso civico.
A queste famiglie, con tutto il rispetto e l’empatia che proviamo per il loro dolore, vogliamo porre una domanda sincera. Dopo aver perso i vostri figli, sottratti con l’inganno e l’abuso da uno stato che li tiene lontani dai genitori anche per anni, che cosa avete ancora da perdere?
La nostra esperienza, così come i documentari che abbiamo realizzato, parlano chiaro. Dai registi che hanno firmato i nostri lavori alle persone che, in questi anni, hanno subito danni e hanno deciso di testimoniare, tutti hanno scelto di metterci la faccia. Perché secondo noi, questo è l’unico strumento reale che abbiamo a disposizione per portare avanti una battaglia di verità e giustizia.
Playmastermovie nasce esattamente con questa missione. Approfittatene.
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