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Cronaca da un presidio contro il sistema oscuro degli affidi

di Alessandro Amori

Nei tre giorni trascorsi al presidio per sensibilizzare l’opinione pubblica sul ricongiungimento di Nathan e Catherine con i loro figli, quindi sul caso della famiglia Del Bosco, è emerso con forza come questa vicenda non rappresenti un episodio isolato, ma piuttosto la punta dell’iceberg di un sistema molto più ampio e opaco: quello degli affidi, che sottrae figli alle famiglie attraverso modalità molto discutibili.

Uno degli aspetti che ho notato con maggiore evidenza, e che avevo già sottolineato anche in un articolo precedente, è la forte reticenza dei diretti protagonisti, delle vittime di questo sistema, a esporsi pubblicamente. Una reticenza che non nasce tanto da una mancanza di volontà, quanto dal fatto che molto spesso i loro avvocati impongono un rigoroso “profilo basso”. Una strategia che, a mio avviso, si rivela profondamente sbagliata, perché contribuisce a mantenere questo sistema nell’ombra, permettendogli di continuare ad agire indisturbato. Allo stesso tempo, questa scelta finisce per favorire la narrazione mainstream, che può così raccontare i fatti senza un reale contraddittorio, consolidando una versione parziale e rassicurante della realtà.

Parallelamente, ho potuto osservare da vicino un altro elemento critico, quello della narrazione mediatica. Già dal primo giorno, una presenza consistente di giornalisti e testate mainstream, quotidiani come Il Messaggero e la Repubblica, trasmissioni televisive Rai e Mediaset, oltre ad alcune realtà locali abruzzesi, si è riversata sul presidio. Un interesse che, tuttavia, è apparso in molti casi più orientato a rincorrere una narrazione già precostituita che a comprendere davvero la complessità del tema. Il caso della famiglia Del Bosco è stato infatti spesso strumentalizzato dalla stampa mainstream, ridotto a un fatto isolato o a un racconto semplificato, evitando accuratamente di inserirlo nel contesto sistemico più ampio che il presidio intende denunciare. Ciò che mi ha colpito maggiormente, anche alla luce dei miei vent’anni di esperienza nel mondo dell’informazione, in particolare in Rai, è stato l’atteggiamento di un certo giornalismo d’assalto, aggressivo, quasi guerrafondaio.

Emblematico, in questo senso, l’episodio di una giornalista che ha insistito a più riprese per poter riprendere l’interno del camper presente al presidio. Nonostante le fosse stato spiegato chiaramente che il camper aveva un valore puramente simbolico e che non vi era alcuna disponibilità a mostrare spazi privati contenenti oggetti personali delle persone coinvolte, ha continuato nei suoi tentativi, forzando una situazione che avrebbe invece richiesto rispetto e sensibilità.

Mi è bastato poco per comprendere che si trattava di una giornalista Mediaset. Lo dico con rammarico, ma anche con la franchezza di chi conosce certi meccanismi dall’interno e ha sempre cercato di mantenere una distanza critica, soprattutto da quel modello editoriale. Un modello che, in questo caso, ha mostrato un approccio che non posso che definire irrispettoso, più interessato allo scoop e all’immagine che alla tutela delle persone e alla verità dei fatti.

La presenza così massiccia dei media mainstream ha comunque sollevato in me una riflessione sull’eventuale utilità di utilizzare o meno questa finestra che si è aperta su questo caso, seppur in maniera evidentemente strumentale. A differenza degli anni passati, dal discorso delle vaccinazioni, green pass etc, questa volta ho pensato che si potesse tentare di sfruttare quell’attenzione per veicolare messaggi che difficilmente trovano spazio nel racconto dominante.

Per questo ho accettato un’intervista in diretta per Storie Italiane, su Rai 1, e un’altra intervista, questa volta registrata e quindi potenzialmente strumentalizzabile e manipolabile, per la trasmissione La Vita in Diretta. In entrambe le occasioni ho cercato in ogni modo di far passare il messaggio che, oltre la famiglia Del Bosco, esiste un sistema molto più vasto, diffuso e strutturato di quanto si voglia far credere.

In definitiva, questi tre giorni di presidio mi hanno confermato, qualora non lo avessi già compreso, che dopo nove anni in cui mi occupo di realtà sistematicamente taciute dal mainstream, mi trovo di fronte alla sfida più difficile e complessa mai affrontata. Un sistema così oscuro e delicato che, pur avendo trattato temi estremamente duri con Playmastermovie, non mi era mai capitato di incontrare qualcosa di simile. La complessità, la fragilità delle persone coinvolte e l’ampiezza del fenomeno rendono questa materia particolarmente scivolosa, ma proprio per questo impossibile da ignorare.

Continuo quindi nell’impresa di portare a compimento il documentario Sottratti, confidando nel sostegno di chi riconosce il valore dell’impegno profuso nell’avventurarmi in una materia tanto complessa quanto delicata come quella degli affidi. Un percorso difficile, spesso ostacolato dal silenzio e dalle resistenze di un sistema opaco, ma necessario per restituire voce, dignità e visibilità a storie che vengono sistematicamente rimosse o distorte. Perché senza luce, senza racconto e senza responsabilità pubblica, nessun cambiamento reale può mai avere inizio.

Confido nel sostegno di chi crede nell’impegno profuso nell’avventurarmi in una faccenda tanto complessa quanto delicata come quella degli affidi.
È possibile sostenere la produzione del documentario qui.