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Simbologie capitoline e purificazione degli archetipi

di Redazione Playmastermovie

Il Campidoglio, o Monte Capitolino è il più piccolo dei sette colli su cui venne fondata Roma: luogo di arte e di storia, luogo di narrazioni simboliche e mitologiche dove si svolgevano i sacrifici conclusivi di tutte le cerimonie trionfali e dove, forse, anche ai nostri giorni, è ancora in uso il costume di rievocarne i significati per conferire ulteriore pregnanza ad accadimenti che che si vuole lascino una traccia nell’immaginario.

Qui si racconta avesse avuto luogo l’episodio delle oche capitoline che, dal recinto sacro del tempio di Giunone, sventarono l’assalto notturno dei Galli col loro starnazzare.
Dalla rupe Tarpea, dietro il Campidoglio, venivano gettati i condannati a morte per tradimento alla patria e per reticenza, coloro che si rifiutavano di testimoniare nonostante la loro parola sui contratti, esclusivamente orali, fosse fondamentale.

Alcune fonti fanno risalire il nome della rupe alla vergine vestale Tarpeia, figlia del custode del Campidoglio, che fece entrare i Sabini che assediavano Roma in cambio dei preziosi bracciali che i guerrieri portavano al braccio sinistro, le armille, per poi essere uccisa sotto il peso degli scudi che essi impugnavano.
Altre fonti ci parlano della dea Tarpeia, il cui tempio sorgeva proprio sull’altura del Campidoglio, raffigurata mentre emergeva da un cumulo di trofei di nemici abbattuti.
Era una delle Dee Madri, forse le Parche, coloro contro cui perfino gli dei nulla potevano, coloro che filavano la matassa della vita, ne stabilivano il corso, ne tagliavano il filo.
Tarpeia l’inesorabile, colei che estirpa, colei che aveva il compito di tagliare il filo della vita, puniva coloro che avevano offeso l’esistenza terrena dei fratelli con delitti o tradimenti.
Alle intemperie della rupe Tarpea venivano esposti e lasciati morire di freddo e d’inedia i neonati deformi: in ossequio ad una legge che proibiva di far male ad un infante, questi bambini venivano semplicemente lasciati morire.

Quanta mitologia attinge dalla storia – ci chiediamo – e quanta storia si ripete inesorabilmente all’infinito?
Quanti hanno tradito per l’oro come la vestale perita sotto il peso degli scudi?
Quanti hanno lasciato che la libertà e i valori morissero d’inedia senza fare nulla?
Quanti hanno gridato come le oche capitoline, dando l’allarme fino a rimanere senza voce?
Quanti si sono rifiutati di testimoniare il vero?
Ma se, come sosteneva Giovan Battista Vico, la vita è fatta di corsi e ricorsi probabilmente l’azione necessaria è spezzare le catene, chiudere il cerchio.

Con l’esposizione delle Porte dell’Inferno “aperte” il 15 ottobre 2021, in un’inquietante coincidenza con l’entrata in vigore del Passaporto Verde le cui dinamiche punitive riecheggiano magistralmente la crudeltà della legge del contrappasso di dantesca memoria, si è dato il via ad una politica di ricatto ed erosione dei diritti che ha indotto nei cittadini un senso di paura, di impotenza, di rabbia di cui sperimenteremo le ripercussioni per molti anni a venire…
L'”opera d’arte” – è stato specificato per evitare astrusi collegamenti – era funzionale a commemorare il settecentenario del Sommo Poeta. Eppure – la memoria suggerisce – di cantiche nella Divina Commedia ce ne sono tre: il fatto che si sia scelto di riecheggiare proprio quella in cui manca la prospettiva di una via d’uscita è tutto frutto di un curioso caso?

La proiezione del documentario “INVISIBILI” (che solleva importanti domande sulle ingerenze dei poteri forti in merito a tematiche di cui il singolo dovrebbe avere potere decisionale) proprio in questo luogo simbolico avrebbe potuto restituire alla cittadinanza un senso di catarsi, purificazione degli archetipi, passaggio da uno stato di soggezione alla rivendicazione della possibilità di agire. E mediante un’azione, di fatto, censoria che intende lasciare all’individuo esigue possibilità di difesa, non solo è stato negato un momento di doveroso confronto e necessaria riflessione, ma soprattutto è venuta a mancare un’occasione per dare un senso alla dimensione della sofferenza.

E tutto ciò con l’inferno di Dante ha ben più che una lontana somiglianza…

Ma forse, anche per questo nostro appuntamento, è auspicabile che la frustrazione cambi in speranza, nella certezza che all’ossequio della legge che porta innocenti alla rupe si debba sempre dissentire.

Alice Lazzari
Stefania Fiore

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