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Figli strappati a una madre dopo la morte del padre

Figli strappati a una madre, dopo la morte del padre per lo Stato

di Marcella Bassanesi

Francesca Soraci ha trentacinque anni quando Roma le consegna di colpo la vedovanza. Il marito, militare approdato ai servizi segreti nel 2006, muore l’anno dopo in Afghanistan durante una missione per lo Stato. Le restano tre figli minuscoli – un neonato di due mesi, un bimbo di due anni e Alessio, che ne ha tre – e un appartamento che all’improvviso pesa come una caserma vuota, dove l’eco dei passi non trova più risposta.

Alessio cresce portando in silenzio il lutto: alla soglia delle elementari si blocca, sbaglia i compiti, strappa i quaderni, inventa mal di pancia pur di non uscire di casa. Il telefono della scuola squilla sempre più spesso per convocazioni urgenti con quel tono che mette addosso il batticuore. Francesca confida nell’insegnante di sostegno, nel GLO, e in una responsabile di cooperativa che le dice con voce pratica: «Chieda ai Servizi sociali un educatore a domicilio, le serve aiuto concreto».

Raccoglie la forza, raccoglie il suggerimento, assieme ad ogni certificato medico, ad ogni relazione scolastica, ad ogni diagnosi. Attraversa Roma con una cartella ben ordinata, la lettera d’ingresso tra le dita: Sa di stare facendo il possibile, anzi l’oltrepossibile, per Alessio.

Una segnalazione alla Procura

Mentre lavora a quel dossier, in un altro ufficio, senza visite a casa, senza colloqui preparatori, senza perizia, parte una segnalazione alla Procura. La descrivono affetta da Sindrome di Munchausen: una madre che inventa i mali del figlio per mettersi al centro. Nessuna verifica, solo carte che transitano da una stanza all’altra, codici, timbri, sigle.

Francesca lo capisce dopo, quando scopre di dover inseguire se stessa, i numeri di protocollo, le udienze, i verbali, le notifiche che arrivano quando ormai il fatto è compiuto. Inizia un pellegrinaggio di otto anni al Tribunale per i minorenni, un rosario civile che consuma agende e notti, appuntamenti presi tra un turno di lavoro e la spesa, la costante paura di dimenticare un documento.

La cura che si rovescia in colpa

Ad Alessio, a otto anni, prescrivono psicofarmaci senza un solo colloquio di ascolto, senza percorso psicologico, senza che qualcuno si sieda per terra a guardare le costruzioni con cui prova a riordinare il mondo. A quattordici li interrompe da solo: il corpo va in rivolta, arrivano crisi violente, accessi ripetuti al Pronto soccorso con gli occhi fuori dalle orbite e le mani che stringono l’aria.

Ogni volta Francesca avvisa per mail e PEC la neuropsichiatria infantile A.C., allega referti, nomi commerciali, orari di somministrazione, fogli dei cambi di dosaggio. La risposta è sempre la stessa: «Non posso intervenire, chiami l’ambulanza». Al Bambino Gesù provano un farmaco specifico e chiedono alla ASL di portare avanti la terapia.

Passano le settimane, le dosi non arrivano. Le dicono che la richiesta è stata girata a un ufficio ASL di Prati; lei trova l’indirizzo, ci va con il figlio che dorme in macchina, scopre che nessuno ha mai visto quel foglio: la domanda di cura risulta archiviata come “inadeguata”.

«Un’altra mossa sbagliata e ti tolgo i bambini»

Nell’ufficio ASL sono furibondi con la neuropsichiatra e con l’assistente sociale M. Francesca annota tutto su un quaderno che porta sempre in borsa: le sembra che l’obiettivo sia far risultare troppi accessi al Pronto soccorso per avere il pretesto di allontanarle il figlio. Lo dice in Pronto soccorso davanti al medico di turno: «È così perché chi doveva proseguire le cure si disinteressa, io mi sento ingannata». Glielo girano come fosse una minaccia.

Ogni sollecito diventa prova di “incapacità” genitoriale. Lo dice all’assistente sociale M. e quella la minaccia al telefono, voce piatta: «Un’altra mossa sbagliata e ti tolgo i bambini». Intanto Alessio ha crisi sempre più dure; una sera chiama i carabinieri dicendo di percosse materne. I soccorritori capiscono subito la verità, vedono la stanza, gli occhi del ragazzo, la fatica della madre, ma spiegano che solo una relazione medica del PS potrà scagionare Francesca.

A metà terza media Alessio è prelevato all’alba, senza avviso: lo portano in una casa-famiglia con giovani affetti da autismo grave, dove resta mesi senza scuola, nonostante l’obbligo. Lì sente urla notturne, vede autolesionismo, assiste, indenne per pura fortuna,  a un’aggressione in cui un’educatrice subisce fratture agli zigomi a cui seguiranno quattro interventi ricostruttivi. Il figlio supplica al telefono di tornare a concludere l’anno con i compagni: nessuno ascolta. Francesca si sente sorvegliata da un’ombra che l’accusa prima ancora che lei apra bocca.

La resistenza e il ritorno

Nel lockdown del 2020 Roma si svuota, il Tevere scorre sotto ponti di silenzio; i due figli rimasti scivolano nell’ansia, nei litigi, nel mutismo. Arriva un decreto di allontanamento anche per loro: Andrea destinato a Capitan Ultimo, struttura per figli di detenuti; l’altro a raggiungere Alessio.

Il giudice R. mette a verbale che separare i fratelli «non ha peso: hanno perso il padre, tolta la madre, a chi importa se divisi». Francesca capisce di non poter gridare ancora; deve agire con la precisione di chi non ha margine. Cambia residenza, si sposta a Morlupo, fuori competenza territoriale. Riceve la sospensione della potestà e il tentativo, fallito, di annullarle il cambio di residenza.

A Morlupo accetta educatori in casa, assistenti che cambiano ogni sei mesi, controlli annunciati con cortesia e occhi che inventariano mobili, gesti, parole non dette. Lei decide che piegarsi non significa spezzarsi. Sceglie tutti i suoi risparmi per un’avvocata esperta, M.M.; percorrono ogni grado di giudizio, arrivano in Cassazione, vincono.

Alessio rientra un anno prima dei 18; gli altri due sono al sicuro, ma il male istituzionale infila radici profonde. I test del 2015 alla Sapienza avevano già escluso patologie; la psichiatra ASL Boccea, nel 2016, scrisse che Francesca stava bene. Il paradosso resta verticale: il marito morto per lo Stato, lo Stato che impiega anni e denaro per smembrare la sua famiglia.

La storia di Francesca, vedova giovane e madre sola, appartiene a un filo lungo e scuro: la caccia alle streghe quando indipendenza femminile e saperi di cura diventavano minacce da rogo e la moderna psichiatrizzazione come strumento di controllo.

Chiedere aiuto si rovescia in accusa; fragilità o rabbia vengono tradotte in “isteria”, “incapacità”, “rischio”. Il sospetto istituzionale riscrive la domanda di sostegno come prova di colpa, e ancora una volta voce e corpo delle donne finiscono sotto tutela coatta. Il ritorno dei figli testimonia la tenacia di Francesca, ma la materia incandescente di quell’ingiustizia, come ogni antico rogo, continua a bruciare nell’anima, e a chiedere ascolto.

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