Catherine è il nome di una madre che, nel giro di pochi giorni, si ritrova trasformata da persona reale in una narrazione costruita attraverso le parole. Ci sono storie che vengono raccontate e poi ci sono storie che vengono costruite. E quando una storia viene costruita, non servono accuse dirette, non servono sentenze gridate, non servono nemmeno prove urlate in prima pagina. Bastano le parole giuste. O meglio, gli aggettivi giusti. Perché gli aggettivi non sembrano condanne, ma lo sono.
Così in pochi giorni Catherine diventa la madre “intransigente”, la madre “infiammabile”, quella con “atteggiamenti ritenuti problematici”. Non si dice apertamente che è una cattiva madre. Non si scrive che è inadatta. Non si pronuncia mai quella frase. Ma la sensazione viene costruita pezzo dopo pezzo. Intransigente. Infiammabile. Problematica. Parole che non descrivono una decisione, ma una persona. Parole che insinuano un carattere. Parole che, una volta entrate nella testa di chi legge, fanno il lavoro più potente di qualsiasi accusa.
Nel frattempo la stessa storia viene raccontata con un’altra luce quando si parla del padre. Lui diventa l’uomo “paziente”, quello “accomodante”, quello che cerca soluzioni. È il vecchio trucco della narrazione: creare due poli opposti e lasciare che il pubblico scelga da solo da che parte stare. Non serve dire che lui ha ragione. Basta raccontarlo come l’unico che collabora.
Il marchio morale
E poi arriva la parola che oggi funziona come un marchio morale: vaccini. La storia viene legata a quella parola quasi come se fosse una prova di ragionevolezza. Chi accetta i vaccini appare responsabile. Chi resiste appare ideologico. Chi collabora con il protocollo sanitario diventa automaticamente la parte “assennata”. Chi esita, chi chiede tempo, chi ha paura, diventa automaticamente l’ostacolo. Non è scritto esplicitamente, ma il collegamento è evidente: la ragionevolezza passa per l’obbedienza sanitaria.
Così il quadro è completo.
La madre è quella “intransigente”.
Quella “infiammabile”.
Quella con “atteggiamenti problematici”.
Il padre è quello paziente, accomodante, disposto ad accettare le condizioni. Anche quelle sanitarie. E mentre le parole si accumulano una sopra l’altra, lentamente accade qualcosa di terribile: una madre non è più una madre. Diventa un personaggio.
Diventa la donna che non collabora.
La donna che crea problemi.
La donna che rischia di far perdere ai figli la possibilità di tornare a casa.
E a quel punto la storia è già stata scritta, ancora prima che qualcuno ascolti davvero il suo dolore.
Catherine è una madre che lotta, nonostante tutto
Ma dietro quella parola – “problematica” – non c’è un personaggio. C’è una madre che vede i propri figli portati via, una madre che reagisce come reagirebbe chiunque quando sente che il mondo gli sta crollando addosso, una madre che probabilmente grida, piange, resiste, perché perdere i propri figli non è una questione burocratica.
È una ferita.
E forse la cosa più spaventosa di tutta questa storia è proprio questa: quanto sia facile cambiare la percezione di una madre semplicemente scegliendo tre aggettivi.
Intransigente.
Infiammabile.
Problematica.
Tre parole. Tre parole che bastano a trasformare una madre che lotta per i propri figli nella “madre sbagliata”. Foto: YouTube

