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Allontanamento figli - il caso di Patrizia e la battaglia per riavere i figli

Allontanamento figli, il caso di Patrizia e la battaglia per riavere i figli

di Redazione Playmastermovie

    Allontanamento figli, una decisione che cambia per sempre la vita di una madre. Scinturino Patrizia è una madre che risiede nella provincia di Monza Brianza, una madre che si strugge dal giorno in cui riceve un provvedimento di allontanamento dei suoi figli di 12 e 13 anni, il 24 febbraio 2022, che sentenzia la perdita della loro custodia.

    Tutto nasce da un nonnulla, qualcosa che poteva capitare a tutti. Quante persone conosciamo che durante il periodo delle restrizioni per il Covid hanno sofferto? Impossibile contare. Quanti gli adulti, ma soprattutto, quale moltitudine di minori ha vissuto faticosamente quegli anni così pesantemente innaturali? E lì è inizia il calvario di Patrizia.

    Disagio scolastico e fragilità dei figli

    I suoi figli iniziano a manifestare sempre più spiccatamente problemi sia a scuola che a casa durante il periodo Covid. Nei momenti in cui era loro possibile andare a scuola in presenza, avevano visto le maestre in difficoltà, ammalate, spaventate, avevano vissuto un clima di terrore e paura che li aveva segnati. Già il territorio dove frequentano la scuola, a Giussano, non è un territorio facile, e il bullismo fa capolino velocemente in quel momento di restrizioni, nel momento in cui dilaga la paura nel mondo degli adulti, nel mondo dei piccoli dilagano le prepotenze, le scritte minacciose tra i ragazzini con missive vergate sui banchi, pidocchi.

    La più grande, una ragazzina molto sensibile, in quel periodo di preadolescenza così delicato, soffre per l’isolamento a scuola, per l’isolamento a casa, e per l’impossibilità di vivere le tappe di crescita con naturalezza.

    Paura, isolamento e dipendenza digitale

    Riceve minacce tanto immotivate quanto brutali, “se parli t’ammazzo”. A 13 anni si ha paura anche di una scritta. Per questa atmosfera, entrambi i figli non vogliono più varcare la soglia delle aule, si aggrappano alla mamma nel panico quando è il momento di andare a scuola. E nei periodi in cui tutto il mondo è obbligato al totale isolamento a casa durante il lockdown, non va meglio, tanto che il figlio minore, chiuso in casa, cade nel vortice di un videogioco molto noto tra i ragazzini che si chiama “Fortnite”, una sorta di sfida continua trasmessa e imitata tramite la TV, da lì è nata la dipendenza che oggi viene diagnosticata come ludopatia.

    Patrizia, disperata, li sposta in una scuola di Carate sperando in un ambiente più sicuro. Patrizia fa una scelta forte, la sua vita è sempre stata costellata di solitudine, non ha avuto la fortuna di avere appoggi da una famiglia di origine, e per star loro accanto, si licenzia dal suo lavoro sicuro. Lo lascia per restare a casa a sostenerli, a curarli, aspettando che la normalità torni a dominare il mondo, auspicando di ritrovare subito un lavoro non appena il mondo avrebbe restituito la normalità alla vita dei suoi figli, alla vita di tutti.

    La richiesta di aiuto e le prime conseguenze

    Nel contempo Patrizia passa in rassegna le buone conoscenze che ha, le buone persone che possono aiutarla. Si fa spazio nella sua mente il ricordo di una stretta relazione tra sua figlia e una suora dell’oratorio. L’oratorio. Quell’ambiente sicuro in cui lei ha riposto ogni fiducia facendo crescere i suoi bambini.

    Decide di condividere la sua preoccupazione con questa suora, che le consiglia caldamente di rivolgersi ai servizi sociali. Patrizia, fiduciosa, accoglie la proposta e si rivolge lei stessa ai servizi sociali, racconta quelle violenze scolastiche, quella solitudine dei suoi figli. Quella solitudine condivisa in quel periodo con milioni di bambini.

    Allontanamento figli e intervento dei servizi

    Ma Patrizia trova nei suoi interlocutori dileggio, risatine, sente minimizzare i problemi dei figli come fossero esagerazioni, esagerazioni di una madre incapace. I servizi sociali entrano in contatto anche con il padre che in un colloquio online con le assistenti consiglia loro di lasciare i figli in mano a figure professionali.

    Lui, che non li aveva mai guardati né curati, il maschio non l’ha visto nemmeno alla nascita, che aveva versato gli alimenti per i figli solo per pochi anni. Patrizia aveva sporto denunce per alcune violenze e minacce, ma furono archiviate senza effetti. Chiedere aiuto è diventato una condanna, le persone della chiesa che hanno spinto Patrizia a rivolgersi agli assistenti sociali, l’hanno portata ad iniziare un calvario.

    Il giorno della separazione

    Ormai Patrizia è entrata, per sua stessa inconsapevole scelta, in quella fascia di persone attenzionate, come si dice in gergo, non si può tornare indietro. Gli incontri con i servizi continuano e, un giorno, con la scusa di effettuare un colloquio, i servizi la convincono a portare il figlio in Comune senza dirle che quel giorno glielo avrebbero tolto. La ragazza invece viene prelevata direttamente da scuola. Era il 24 febbraio 2022, da quel momento i bambini spariscono.

    All’inizio, sperando ancora di tenere aperto un canale, Patrizia dice che le cose stavano andando meglio, che sua figlia avrebbe ripreso la scuola e che il ragazzo stesso le aveva chiesto aiuto per andare da uno psicologo perché aveva capito di stare sbagliando. Ma per sei mesi Patrizia non li vede, le dicono solo che sono in zona. Disperata, con quella sola indicazione, telefona a tutte le comunità del territorio, gira, gira, si mette a controllare i giardini delle strutture, un giorno li riconosce, scopre che i suoi figli sono a Cantù.

    Conseguenze psicologiche e isolamento

    Due anni dopo dall’allontanamento la ragazza inizia a stare male, le viene diagnosticato un disturbo schizofrenico atipico, con episodi di autolesionismo. Patrizia non riesce mai a parlare con un medico, nel frattempo le hanno tolto la genitorialità.

    Quando scopre che la figlia fa ripetuti accessi in pronto soccorso, corre in ospedale, e riesce a vederla, si barrica in camera con lei, e così poco dopo la ragazza viene spostata dalla psichiatria di Milano, alla comunità I Delfini, ad alta intensità psichiatrica dove Patrizia è costretta a fare incontri con lei solo sotto la supervisione di educatori.

    Diagnosi, controlli e limitazioni

    Patrizia ha fatto quei gesti che sono considerati errori per le istituzioni, ma ha fatto quello che qualunque mamma farebbe per stare vicina ai propri figli.

    In ospedale la figlia le parla della sua disperazione, di quanto le manca la mamma, della sua fragilità e di come l’assenza della mamma sia devastante per lei, tanto da arrivare a sentirsi inutile nel mondo, tanto da arrivare ad essere vista come una malata psichiatrica.

    Una madre giudicata incapace

    Patrizia non è mai stata sentita da un giudice, anche quando le cose andavano bene. Patrizia è stata etichettata come una mamma psichiatrica, che oscilla tra l’euforia e la depressione, ma non considerano ciò che Patrizia ripete all’infinito, la sua è solo preoccupazione per i problemi dei suoi figli, per euforia viene scambiato il momento in cui si fa forza da sé stessa, per essere propositiva e positiva per i ragazzi.

    Il figlio, 12 anni, intanto peggiora, diventa aggressivo, ha crisi d’ansia se non può giocare, ha scatti di rabbia che spaventano anche la madre. Patrizia lo vede cambiare sotto i suoi occhi, ma ogni tentativo di contenerlo le viene poi rinfacciato come prova della sua incapacità. La situazione diventa routinaria, incontri settimanali, telefonate, sempre affiancata da educatori.

    Diagnosi e limitazioni personali

    Patrizia è una donna che ha subito violenze e abusi da parte della sua famiglia di origine, ma questa non l’aveva resa debole, l’aveva resa sola, ma non debole.

    I servizi sociali hanno mandato Patrizia da uno psichiatra che l’ha vista solo tre volte e, in tutta fretta, le ha attribuito una diagnosi di disturbo schizoaffettivo prescrivendole psicofarmaci che le fanno molto male, con effetti collaterali pesanti che la abbattono anziché aiutarla, ma ogni sua protesta viene registrata come ulteriore prova di inaffidabilità.

    L’udienza finale e la decisione

    In un periodo le è comparsa una dermatite da stress molto vistosa su viso e braccia, i servizi sociali, sostenendo che avesse la tigna, le hanno proibito di vedere i figli per rischio contagio, benché si trattasse solo di una reazione psicosomatica.

    Patrizia è stanca di essere trattata come una madre incapace, e vuole che i suoi figli tornino a casa con lei. È disposta a fare tutto ciò che è necessario per riavere la sua famiglia, ma non vuole più chiedere aiuto a nessuno. Chiedere aiuto è diventato un lusso che non può permettersi.

    Il 20 febbraio 2026 Patrizia è chiamata ad un’udienza da un giudice a Milano. In quell’udienza viene disposto che il figlio venga messo in affido, che esegua visite psicodiagnostiche, che la tutela venga mantenuta ai servizi sociali e viene negato il rientro a casa che Patrizia chiedeva. La condanna è stata pronunciata, chiedere aiuto è diventato un peso troppo grande da portare.

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