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Affidi forzati

Affidi forzati: la storia di Ibrahimi e di un figlio portato via

di Redazione Playmastermovie

Affidi forzati è la parola che meglio descrive la vicenda di Abdesslam Ibrahimi, un padre che si è visto sottrarre il figlio Noah in circostanze che sollevano interrogativi profondi. Una storia che, ancora una volta, riporta al centro il tema di interventi sproporzionati, decisioni accelerate e un sistema che sembra ignorare le risorse familiari pur di portare avanti un percorso già tracciato.

Una famiglia fragile ma presente

Febbraio 2024. Il freddo entrava senza chiedere permesso, infilandosi dalle fessure degli infissi vecchi dell’appartamento di Ariccia, depositando polvere fine sui davanzali. Dentro, Abdesslam Ibrahimi, nato a Bruxelles nel 1980, da padre marocchino e madre italiana, cresciuto a Bitetto, da adulto era approdato a Roma per seguire il suo giovane, folgorante, amore. Ora sentiva il respiro corto. Gli girava in testa un sospetto che lo faceva sentire smarrito, aveva cambiato tutto per Sara, una vita già impostata, ma per lei tutto era stato possibile.

Quella sera Sara, volontaria della Croce Rossa, vent’anni più giovane, stava uscendo con un collega come altre volte era accaduto; forse spensieratamente, la sua giovane età non aveva pensato di rasserenare il suo compagno, di rassicurarlo, non aveva pensato che per lui quella famiglia fatta di lei e del loro bimbo era diventata il Cosmo. Quella sera Ibrahimi non la sfiorò nemmeno, scaraventò un pugno contro la porta della camera. Si pentì subito, guardò con rabbia sé stesso, non lei. Ma il legno della porta aveva tremato. Nella stanza accanto c’era la nonna a cullare Noah, due mesi, sul fianco sinistro per il reflusso. aveva sentito la porta tremare, chiamò i carabinieri. Arrivarono, guardarono in silenzio, non trovarono segni su Sara, nessun oggetto rotto, solo una culla con un neonato che dormiva e tre adulti sbigottiti. Scrissero il protocollo, se ne andarono. Restò l’odore di minestrina e il ronzio del frigorifero.

Affidi forzati e decisioni sproporzionate

Passò un mese scarso, arrivò una mattina di primavera incerta. Ibrahimi era giù al negozio dove lavorava, posto sul corso principale. Scaffali con abbigliamento per adulti e bambini, scaffali con detersivi e saponi, contratto indeterminato, la saracinesca che ogni sabato strideva allo stesso modo ma Ibrahimi non aveva mai sentito quel cigolio, l’orgoglio di quegli scaffali da accudire lo trasformava in un suono dolce da ascoltare. Suonarono alla porta della nonna. Cinque agenti con gli assistenti sociali. Parlavano di collocamento provvisorio, casa-famiglia. Parlavano con parole nuove, mai sentite, sembravano un’altra lingua. Portarono via Sara e Noah. Ibrahimi l’avrebbe raccontata così poi mille e poi mille volte: un racconto amplificato di quella sera, come un suono che diventa eco e rimbalza ovunque, senza poter più essere fermato. Quel suono ingigantito aveva spinto la decisione, non i fatti.

La casa-famiglia e il progressivo allontanamento

La casa-famiglia accoglieva con odore di detersivo stantio. Mura scrostate dietro carta a fiori già pallidi, macchie di umidità sotto le finestre, tubature che condensavano. Noah aveva una fragilità polmonare che si sentiva al petto, già seguita dal pediatra. Sara indicava le muffe, chiedeva un ventilatore, offriva i suoi soldi per pulizie, passava stracci negli angoli. Le relazioni degli operatori la definirono oppositiva. Un mese dopo, inadeguata. Fu messa fuori. Ibrahimi ottenne incontri mesi dopo, e la nonna riuscì a vedere il piccolo Noah dopo quasi un anno. Lei, la nonna, lavora con contratto indeterminato e può gestire le ore di servizio a proprio piacimento; i suoi figli Simone e Cristiano lavorano , Simone di giorno, Cristiano da casa, e la famiglia ha casa di proprietà e lavoro stabile. In udienza, Ibrahimi sentì presto un orientamento fisso verso l’adottabilità: curatore, giudice, assistenti sociali trasformavano qualsiasi risorsa, qualsiasi dato in un punto negativo, omettevano le informazioni sui contratti, le proprietà, i vaccini di Noah, i progressi di Sara, e annotavano come “carenze” fatti che la famiglia stava già correggendo con impegno.

Un sistema che non ascolta

Un giorno, in aula, Ibrahimi ingoiò un tranquillante per riuscire a calmare il dolore nel petto che si presentava regolarmente alle udienze, era fuori dalle sue abitudini assumere qualsiasi medicinale, ma lo prese per calmare quel ranocchio in gola, perse conoscenza in sala d’attesa; non fu ininfluente, non fu capito, non fu perdonato, ne uscì invece, tempo dopo, una diagnosi di depressione “reattiva”.

Tre mesi dopo comparve la plagiocefalia. Ibrahimi portò cuscini ortopedici, li marcò con nastro blu. Sparirono tra le coperte anonime. Non vennero usati. Ne comprò altri. Non vennero usati. Nel luglio 2025 le educatrici andarono in ferie, e con esse anche il tempo per gli incontri, che diventarono cinque minuti settimanali, in videochiamata. A dicembre 2025 il giudice V. dichiarò lo stato di adottabilità. Tutto si fermò. A due anni, Sara e Ibrahimi rividero Noah per pochi minuti: il tempo di vedere comunque un ematoma viola sulla sua guancia. Chiesero verbali e ricevettero spiegazioni vaghe.

Una famiglia sospesa nel tempo

Nel marzo 2026 la Corte d’Appello rinviò. Sul tavolo, una possibilità: affidamento alla nonna realizzabile nel febbraio 2027, e un possibile ripristino degli incontri per ottobre 2026. La CTU di primo grado aveva escluso l’abbandono affettivo; il libretto di Noah mostrava vaccini e visite. Ibrahimi contestava falsi e omissioni da parte degli assistenti sociali (E. M.) e delle educatrici (V., E.).

Oggi Ibrahimi lavora, Sara continua il volontariato. Contano le udienze come si contano i minuti di schermo: acceso, in silenzio, in attesa. La nonna apre e chiude le imposte della stanza di Noah, che resta vuota dalle voci di casa. Il freddo entra ancora senza chiedere permesso, ma è strano; è freddo, anche se è primavera.

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