Allontanamento dei minori: c’è chi lo chiama tutela, chi assistenza, chi intervento necessario. Ma per nonna Fernanda, per Giulia e per il piccolo Valerio, oggi due anni, quelle parole hanno assunto un significato ben diverso. Questa è la storia di una richiesta di aiuto trasformata in ispezione, di una fragilità familiare convertita in colpa, e di un bambino separato da tutto ciò che conosceva.
Assistere significa aiutare? Ha un evidente accento sardo nonna Fernanda che ci racconta la storia del nipotino Valerio di due anni. È una donna coraggiosa che, pur avendo solo un piccolo telefono senza messaggistica e niente internet, è arrivata fino a noi per cercare aiuto. Ancora si fida degli esseri umani, segno di una grande forza d’animo. Forse anche di una grande disperazione.
Ansima mentre racconta che Giulia, sua nuora e mamma di Valerio nato da pochi giorni, versa in condizioni di sofferenza per una depressione post partum a cui non riescono a fare fronte. Il papà Daniele lavora come guardia giurata, non può assistere moglie e figlio. Perciò lei, la nonna paterna, si trasferisce dal figlio ma non riesce a prendersi cura di tutti e, poiché è una donna intraprendente, va a chiedere aiuto agli assistenti sociali di Carbonia, la città dove risiede il nipote. Crede fermamente che in quell’ufficio lavorano per venire incontro alle esigenze dei bambini e delle famiglie in difficoltà. Spera in un aiuto quotidiano per qualche ora al giorno.
Allontanamento dei minori: il confine invisibile tra aiuto e abuso
Assistere significa ispezionare? Il giorno successivo si presentano alla porta di casa tre donne e tre uomini che si dicono pronti considerare la possibilità di fornire collaborazione. Con la scusa di ispezionare la casa per verificare l’idoneità aprono armadi, il frigorifero, cassetti e porte. Aprono la porta dove si trova la mamma col bambino. La prendono con garbo e la portano via, all’Ospedale di Carbonia, dicono. Il giorno successivo per telefono comunicano che madre e figlio si trovano nella casa famiglia di Villanova Tula.
Assistere significa negare? Nella casa famiglia la vita è difficile per Giulia, il sovraffollamento, la fila quotidiana per usare il bagno, i dispetti delle altre mamme che la sofferenza ha reso aggressive, la mancanza di una vera cura e di attenzione, rendono irascibile Giulia che lamenta anche pasti scarsi e di infima qualità. Chiama i carabinieri chiedendo a gran voce “in quali tasche finiscono i soldi versati a favore della casa famiglia se il cibo è così scarso e scadente”. Non è stata prudente, o forse è così che dovremmo fare tutti, ma la direttrice non gradisce l’intervento insubordinato. In quattro e quattr’otto un decreto urgente rispedisce Giulia a casa da sola con la motivazione che non si prendeva cura del bambino. Il piccolo Valerio finisce in un’altra struttura, a Pirri.
Assistere significa dividere? Nonna Fernanda, raccontando i primi due anni del nipotino Valerio è molto emozionata, manifesta ansia di riferire tutto, di affidare la pena a chi ora la sta ascoltando. Nemmeno i due avvocati incaricati, con gratuito patrocinio, sono riusciti a cambiare qualcosa. State calmi, dicono.
“Ah… e poi sa che hanno detto? – mi chiede indignata – Che il bambino è autistico, che lo vogliono dare in adozione ma che nessuno lo vuole perché è malato. Ma mio nipote non è autistico, quando mio figlio andava a vederlo in un luogo protetto una volta al mese, il bambino guardava, giocava… mio nipote non è battezzato, lo sa?”.
Immaginiamo che voglia scusarsi, che il non essere battezzato possa diventare un’etichetta come “autistico”. Mentre voglio dirle che non è obbligatorio il battesimo per il rispetto delle leggi, lei prosegue, questa volta piangendo: “Non abbiamo fatto in tempo… ho ancora tutte le bomboniere conservate…”. E piange scusandosi.
Non rispondo, balbetto qualche parola affettuosa, e mi chiedo: “Assistere significa vietare, impedire, sopraffare, approfittare, dire bugie… negarsi, appropriarsi? L’immagine dei confetti chiusi nel tulle celeste, mi ha accompagnato fino a sera”.
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Questa storia non è un caso isolato. È parte di un sistema che colpisce troppe famiglie nel silenzio generale.
Per questo stiamo lavorando al progetto “SOTTRATTI”, un’inchiesta indipendente sulle separazioni forzate, sugli affidi e sulle ferite che restano per sempre.
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